Dopo il successo del primo appuntamento, la Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico “Giuseppe Toniolo” dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano prosegue il suo percorso di analisi e approfondimento dei nodi cruciali della contemporaneità.

Il secondo incontro formativo si terrà venerdì 27 febbraio, alle ore 18,00, presso l’Auditorium Celestino V di Campobasso. Al centro del dibattito un tema di grande attualità che è “La Povertà Morale”.

In un’epoca segnata da profonde fratture sociali, la Scuola Toniolo volge lo sguardo a quella forma di indigenza che colpisce l’interiorità e l’agire etico. L’incontro setaccerà tre direttrici fondamentali, come la coscienza, l’abuso del dono della libertà e la chiusura verso Dio.

La riflessione sulla povertà morale si inserisce nel solco delle recenti intuizioni di Papa Leone XIV. Il Pontefice, nel suo primo Messaggio per la Quaresima, ha tracciato una via chiara per l’uomo contemporaneo, richiamandolo con forza all’impegno di “generare cammini di liberazione per contribuire a edificare la civiltà dell’amore”. Un monito che la Scuola Toniolo intende tradurre in proposta formativa e azione concreta sul territorio.

L’approfondimento teologico e sociologico sarà affidato a Don Michele Pellegrino, il cui intervento traccerà le coordinate necessarie per comprendere le radici della crisi dei valori universali e le possibili vie di riscatto.

I lavori, moderati dalla Prof.ssa Maria Cinelli, saranno conclusi da S.E. Mons. Biagio Colaianni, Arcivescovo di Campobasso-Bojano. Il Presule si soffermerà sull’urgenza di orientarsi a Cristo, verso la scelta ardua del Vangelo che implica il dono di sé, antidoto all’immoralità, che, in quanto resistenza alla Verità, svuota l’uomo della sua dignità e della sua responsabilità.

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RITORNARE POVERI IN SPIRITO PER GUARIRE LA POVERTÀ MORALE

S. Ecc. Don Biagio Colaianni

Dopo gli interventi così qualificati, sento il bisogno di soffermarmi su una dimensione che mi sta particolarmente a cuore: quella pastorale. Don Michele ha già anticipato, in parte, la chiave di lettura che volevo proporre, soprattutto quando ha richiamato le beatitudini e i “poveri in spirito”. Credo infatti che proprio qui si trovi il punto decisivo.

Se la morale, come è stato detto, consiste nella scelta dei valori e del bene, allora dalla perdita di una sana povertà morale dobbiamo arrivare alla ricchezza della povertà in spirito, che è la via della beatitudine. È questa la prospettiva evangelica da assumere quando parliamo di povertà morale. Spesso, infatti, la povertà morale affonda le radici in una povertà spirituale oggi largamente diffusa: una condizione quasi “pandemica”, silenziosa ma pervasiva, che attraversa ogni ambito della vita e delle relazioni.

La vediamo nella politica, nell’economia, nei governi e nelle leggi, nella famiglia, nei luoghi di lavoro. E si riflette a cascata su tutte le età, in modo particolare sui giovani e sui bambini. Ci preoccupiamo – giustamente – per i ragazzi troppo immersi nei social, per modelli relazionali fragili o distorti, ma raramente abbiamo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: manca una spiritualità autentica e profonda, di cui avrebbero un bisogno vitale.

Viviamo in una cultura che tende a voler restare eternamente adolescenti. E questo atteggiamento, spesso, sono proprio gli adulti a trasmetterlo ai giovani. Se l’adulto non testimonia la bellezza della maturità, comunica implicitamente che crescere non conviene. Ma la maturità è custodire la propria giovinezza dentro una consapevolezza più piena. Personalmente, sono grato dei miei anni: non ho mai desiderato tornare giovane. Ciò che sono stato allora non può essere pensato con la mentalità di oggi, ma può essere accolto e valorizzato nella maturità. Questa è la crescita umana.

Quando la spiritualità si impoverisce, la persona si indebolisce interiormente. E una povertà che nasce nel cuore diventa anche struttura di peccato, generando disuguaglianze, ingiustizie, nuove forme di esclusione. Molte povertà – economiche, materiali, sociali – hanno alla radice proprio questa cecità spirituale che non riconosce l’altro come persona, non ne rispetta la dignità, non ne sostiene il diritto a crescere pienamente.

La povertà spirituale diventa così indifferenza verso le altre povertà. La povertà morale è scelta del male; la povertà spirituale è allontanamento dal bene. E davanti a tutto questo – nelle crisi economiche, nelle guerre, nella mancanza di fraternità – la risposta rimane una sola: nostro Signore Gesù Cristo.

Quando le chiese si svuotano, quando il senso religioso si affievolisce, quando la presenza cristiana non riesce più a essere testimonianza viva, il risultato è quella povertà morale che tutti constatiamo. Ma non siamo chiamati a fare crociate mediatiche o battaglie ideologiche. Siamo chiamati a ritrovare la nostra vita in Cristo. Solo una vita cristiana autentica può diventare risposta alla povertà morale e spirituale del nostro tempo.

È richiesto, specialmente ai pastori e ai responsabili, un cammino di conversione: intensificare l’amore per Dio e per il prossimo, avere zelo per la giustizia e la pace, recuperare lo sguardo evangelico sui poveri. O torniamo a essere poveri in spirito – che è ben diverso dall’essere spiritualmente poveri – oppure rischiamo che la beatitudine diventi un sogno irraggiungibile e che il cristianesimo venga percepito come qualcosa di superato, incapace di abitare il mondo di oggi.

Il nostro compito è semplice e radicale: tornare a essere cristiani. La vera ricchezza dell’umanità è la vita interiore, è la conoscenza di Cristo, modello di umanità e di spiritualità profonda che conduce alla beatitudine.

Di fronte alla deriva morale e alla tentazione di un’adolescenza permanente, cosa possiamo fare? Non siamo governanti né potenti. Possiamo però testimoniare con coraggio una vita cristiana coerente. Oggi questo può sembrare eroico, quasi fuori luogo. Eppure è proprio questa testimonianza che incide.

Essere poveri in spirito significa mettere tutto e tutti al centro in Cristo. Questa è la risposta a una povertà morale e spirituale che appare così forte. Non siamo taumaturghi, non guariremo il mondo da soli. Ma ogni goccia d’acqua disseta. Se ciascuno di noi diventa quella goccia, insieme possiamo diventare una sorgente.

Sappiamo che la povertà spirituale tocca ogni uomo, perché l’umanità conosce il peccato fin dalle origini. Anche noi ne facciamo esperienza. Ma abbiamo lo Spirito Santo, la Scrittura, la grazia dei sacramenti, la presenza costante di Dio. Da parte di Dio tutto è dato. La domanda è: noi lo seguiamo davvero?

Dio ci chiede la santità. Non quella dei social, dei follower o delle immagini patinate. Non una santità da calendario. Ci chiede la santità quotidiana, vissuta nella coerenza, dentro le nostre fragilità e i nostri peccati, che la sua misericordia copre e redime. Se viviamo così, possiamo essere nel mondo segno concreto che Dio esiste.

Parliamo spesso del mondo e di come dovrebbe cambiare. Parliamo meno di noi stessi. In questo tempo di Quaresima facciamo tanti propositi: rinunce, sacrifici, penitenze. Alla vigilia della Pasqua sarebbe onesto verificare cosa abbiamo mantenuto. E se scopriamo di essere stati incoerenti, non scoraggiamoci: proprio questo dimostra perché Cristo è morto e risorto per noi. Se bastassimo a noi stessi, non avremmo avuto bisogno della sua croce.

Non siamo autosufficienti. Abbiamo bisogno che la ricchezza di Dio riempia le nostre povertà, personali e collettive. Il mondo porta in sé una grande povertà morale e spirituale, e anche noi ne siamo parte. Per questo, alla fine, la scelta più vera è una sola: affidarci a Dio.