La Curia Vescovile Arcivescovile Metropolitana di Campobasso ha annunciato ufficialmente la nomina dei nuovi coparroci della parrocchia San Sabino, vescovo e martire, a Gildone.
Il sacerdote Lorenzo Piazzolla, nato a Barletta nel 1972 e ordinato presbitero nel 2000, assume il ruolo di coparroco moderatore, mentre il sacerdote Claudio Catucci, nato a Bitonto nel 1972 e ordinato presbitero nel 2001, è nominato coparroco.
La nomina rientra nelle nuove disposizioni del Codice di Diritto Canonico che consentono la gestione condivisa di una parrocchia da parte di più sacerdoti. Questa modalità pastorale favorisce la collaborazione, l’intesa e la comunione tra i sacerdoti, promuovendo al contempo una vita comunitaria attiva e partecipata.
Il moderatore, in questo caso il sacerdote Piazzolla, avrà responsabilità diretta davanti al vescovo e la rappresentanza giuridica della parrocchia, mentre entrambi i coparroci guideranno insieme la comunità. Le nomine entreranno in vigore dal 1° gennaio 2026 e saranno valide per un periodo di 9 anni, rinnovabile, secondo quanto stabilito dalla delibera CEI del 1984.
Il vescovo ha invitato i sacerdoti a lavorare in comunione tra loro e con i confratelli della vicaria, esortando la comunità parrocchiale ad accogliere i nuovi coparroci con apertura e collaborazione.
“Questo è un aggiungere, non un togliere. Sono del parere che bisogna sempre aggiungere, quando è possibile. In questo caso, il moderatore è colui che, come avete ascoltato, ha una responsabilità; ma sono in due, infatti sono coparroci, cioè collaboreranno insieme perché la comunità possa essere meglio servita e raggiunta.
Il moderatore è colui che rispetta l’altro: non è quello che comanda, ma è quello che ha più responsabilità e quindi si preoccupa di essere il mio interlocutore per quanto riguarda un po’ tutti i lavori in generale. Per questo li affidiamo al Signore.
È bella la volontà e l’esempio di cooperazione fra di loro, perché quando i sacerdoti, anche due o più, sono concordi nel ministero, sono veramente il segno di una comunità presbiterale che rappresenta tutta la diocesi per mandato del Vescovo. Sono segno, in una comunità, dell’unità e della comunione nella Chiesa, esempio per tutti i laici che operano nelle comunità parrocchiali.
La celebrazione si è conclusa con la benedizione dell’Arcivescovo S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni su di loro e sull’intera parrocchia.
Omelia di S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni in occasione della nomina dei nuovi coparroci della parrocchia San Sabino, vescovo e martire, a Gildone. 08 febbraio 2026
La prima lettura del profeta Isaia presenta un popolo che afferma di cercare il Signore e di volergli restare fedele. Digiuna, osserva pratiche religiose, compie gesti esteriori. Tuttavia si lamenta perché non vede risultati straordinari, quasi aspettasse segni evidenti e immediati.
Il Signore allora interviene e corregge questa mentalità: il digiuno che desidera non è formale, ma concreto. Non basta astenersi dal cibo; occorre condividere il pane con chi ha fame, accogliere in casa i poveri, vestire chi è nudo, non opprimere nessuno e vivere nella giustizia e nella pace. La vera conversione non è apparenza, ma carità vissuta.
Non è sufficiente rispettare alcune regole – come il digiuno quaresimale – se poi tutto si riduce a un’abitudine esteriore. Il digiuno autentico è orientarsi a Dio, rimanere uniti a Lui. Gesù smaschera una religiosità ipocrita e legalista, che non nasce da un vero rapporto con il Padre.
Anche per noi vale lo stesso richiamo: non basta essere devoti, partecipare alla Messa o compiere gesti rituali. La celebrazione è dono di grazia, ma deve tradursi in vita concreta. Non si può vivere la comunione in chiesa e poi, fuori, ignorare gli altri o addirittura ferirli. Il cristiano è chiamato a testimoniare Cristo con i fatti, soprattutto nella carità quotidiana.
Gesù, parlando in modo semplice e comprensibile a tutti, dopo le Beatitudini spiega non solo chi è beato, ma come si vive da beati. E usa due immagini chiarissime: il sale e la luce.
Il sale serve a dare sapore, ma ai tempi di Gesù aveva anche altri usi fondamentali: conservava i cibi quando non esistevano frigoriferi, assorbiva l’umidità, proteggeva dalla corruzione; era così prezioso da essere usato come moneta di scambio; veniva perfino applicato sulle ferite per disinfettarle, pur causando bruciore.
Quando Gesù dice: «Voi siete il sale della terra», affida ai discepoli una missione precisa. Devono dare sapore alla vita, custodire il bene, preservare dal male, diffondere l’amore ricevuto. Il sale, però, per essere efficace deve sciogliersi e mescolarsi: non può restare separato. Così il cristiano non vive isolato, ma immerso nella realtà, portando ovunque l’amicizia con Cristo.
Se il sale perde sapore, non serve più. Allo stesso modo, se il credente non testimonia l’amore, smarrisce la propria identità. Andare a Messa o pregare senza tradurre tutto questo in opere concrete rende la fede sterile. L’identità del sale è salare; l’identità del cristiano è annunciare e vivere il Vangelo.
La seconda immagine è quella della luce. La luce, per natura, illumina. Se viene nascosta, tutto resta nel buio: si inciampa, si perde l’orientamento, si cade. Così il Signore afferma: «Voi siete la luce del mondo». Dio dona la sua luce perché noi la riflettiamo, come uno specchio che rimanda il raggio ricevuto. Non produciamo luce da soli: la riceviamo e la diffondiamo.
Essere luce significa rendere visibile Dio attraverso le opere buone. Se la luce resta coperta, prevalgono le tenebre: guerre, egoismi, indifferenza, mancanza di fraternità. Il mondo conosce ombre profonde, ma Cristo affida a noi la responsabilità di far prevalere la luce.
Questo non richiede presunzione, ma umiltà. San Paolo ricorda che annuncia Cristo crocifisso non per gloria personale, ma perché è una missione ricevuta. Anche noi possiamo essere sale e luce perché il Signore ci dona la grazia, lo Spirito Santo, i sacramenti e la sua Parola. Non siamo soli: Egli promette di ascoltare chi lo invoca e di camminare accanto a lui.
Allora l’impegno è chiaro: vivere una fede non intimistica, ma concreta; trasformare la preghiera in opere; portare significato dove c’è superficialità, speranza dove c’è scoraggiamento, bene dove c’è male.
Ogni volta che accendiamo una luce o aggiungiamo un pizzico di sale al cibo, possiamo ricordarlo: non siamo chiamati a essere insignificanti, ma a dare sapore e a far brillare la luce di Dio nel mondo.
08 febbraio 2026
+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
Il ringraziamento di Don Lorenzo Piazzolla e Don Claudio alla comunità di Gildone
Il sentimento che desidero esprimere in questo momento, a nome mio e anche di don Claudio, è anzitutto un sentimento di profondo ringraziamento al Signore. Nonostante la vecchiaia che avanza — non guardatemi male, lo so che qualcuno dice: “Ma come, sei ancora giovane!” — è vero, però mezzo secolo lo abbiamo già attraversato. Eppure Dio continua a stupire nella vita di un sacerdote, percorrendo strade che spesso sono inimmaginabili, talvolta persino inspiegabili. Per questo lo ringrazio: per il cammino che apre davanti a me e, insieme, nella vita di don Claudio.
Un grazie sincero va anche al nostro arcivescovo, che si è fatto presenza concreta in questa strada che Dio ha tracciato nella nostra esistenza e che sta accordando fiducia sia a don Claudio sia a me. Da parte nostra, ci impegneremo con tutte le forze per onorare questa fiducia.
Ringrazio don Claudio: non solo per l’amicizia, ma per il rispetto e l’intesa fraterna nati fin dal mio arrivo a ISI nel 2022. Da allora è cresciuto un rapporto bello e sincero; veniamo dalla stessa terra e l’intesa è stata immediata. Mi ha accolto come amico e oggi mi accoglie come corresponsabile, insieme a lui, della nostra comunità.
Grazie a tutti voi per l’accoglienza. Avremo modo di conoscerci sempre meglio lungo il cammino: già ci siamo incontrati in altre occasioni, ma il tempo ci permetterà di approfondire questa conoscenza. Un abbraccio grande ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, che rappresentano il futuro della comunità. Insieme a don Claudio ci impegneremo a custodirli e ad accompagnarli, come ci avete chiesto, verso una conoscenza sempre più profonda di Gesù e del suo amore per ciascuno.
Desidero essere molto chiaro: non vengo a sostituire don Claudio. È stato detto all’inizio della celebrazione e lo ribadisco ora. Vengo come un fratello che prende per mano don Claudio, e che da lui si lascia prendere per mano, per accompagnare insieme ciascuno di voi sulla strada che Dio disegna ogni giorno per noi. Non si tratta di una sostituzione, ma di un’aggiunta, perché questa comunità possa crescere sempre di più.
Vi parlo col cuore: un fratello vuole bene, cerca di non giudicare e soprattutto non colpisce alle spalle. La fraternità è fatta di sincerità, di schiettezza, della certezza che uno è accanto all’altro. Questa deve essere la nostra cifra nel vivere e nel camminare insieme. Se ciò che avete nel cuore ce lo direte apertamente, invece di lasciarlo circolare alle spalle — cosa dolorosa e ingiusta — potremo parlarne, affrontare anche le nuvole più scure e rimettere ordine nel cammino. Questo diventerà occasione di crescita, perché le potenzialità ci sono.
Guardiamo con uno sguardo positivo alle tante cose belle che la comunità di Gildone possiede, anche a quelle che forse sono rimaste ferme o bloccate per vari motivi. Insieme possiamo sbloccarle, insieme possiamo riprendere il passo. Ma per farlo serve franchezza reciproca: noi verso di voi e voi verso di noi.
Non avete davanti due santi — non vedo nicchie pronte ad accoglierci! Non siamo perfetti, sbagliamo anche noi, cadiamo, possiamo valutare male le situazioni. Siamo uomini che hanno donato la propria vita a Dio e che ogni giorno cercano di lasciarsi guidare da Lui attraverso la preghiera, l’adorazione e la celebrazione. A noi è chiesto di testimoniare il passaggio di Dio nella nostra vita, di essere per voi sale della terra e luce del mondo; e insieme, tutti, essere sale della terra e luce del mondo, come ci ha ricordato il nostro arcivescovo nell’omelia.
Questa sia la nostra caratteristica: camminare mano nella mano, fidandoci gli uni degli altri e tenendo lo sguardo rivolto in alto. Là ci attende Dio, pronto a donarci gioia, amore e benedizione. Grazie.
Don Lorenzo e Don Claudio
