In occasione della Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà martedì 11 febbraio 2026, l’Arcidiocesi di Campobasso–Bojano, in collaborazione con l’Ufficio Diocesano di Pastorale della Salute, invita l’intera comunità diocesana a vivere questo significativo momento di preghiera, riflessione e vicinanza a chi soffre.
Padre Antonio D’Orsi, Direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale della Salute e cappellano del Responsible Research Hospital di Campobasso, insieme al Consiglio Pastorale della Salute, rivolge un messaggio di vicinanza, gratitudine e speranza a tutti gli ammalati, ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari e ai volontari.
«Carissimi ammalati, medici, infermieri, operatori sanitari e volontari, in occasione della Giornata Mondiale del Malato desidero esprimervi vicinanza, gratitudine e speranza.
A voi, cari ammalati, voglio dire innanzitutto: non siete soli. La vostra sofferenza è preziosa agli occhi di Dio. Nel vostro corpo ferito e nella vostra fragilità dimora il Signore, che sulla croce ha vissuto il dolore, la paura e l’abbandono. Ogni giorno Egli cammina accanto a voi, vi sostiene nei momenti difficili e raccoglie le vostre lacrime come una preghiera preziosa. Anche quando le forze vengono meno e le parole non bastano, il vostro silenzio parla a Dio e alla Chiesa.
A voi, cari operatori sanitari, va il mio più sincero grazie. La vostra professione non è solo un lavoro, ma una vera vocazione al servizio della vita. Attraverso la vostra competenza, dedizione e pazienza quotidiana, siete un segno concreto della compassione che Gesù ha mostrato verso i malati e i sofferenti. Anche nei momenti di stanchezza e difficoltà, ricordate che ogni gesto di cura, anche il più semplice, ha un valore immenso.
Questa giornata ci ricorda che la malattia coinvolge tutti: non solo chi soffre, ma anche chi accompagna, chi cura e chi resta accanto. Siamo chiamati a costruire insieme una cultura della cura, nella quale la persona venga sempre prima della prestazione e nessuno sia considerato inutile o abbandonato.
Vi affido tutti al Signore e a Maria, Salute degli infermi.»
Padre Antonio D’Orsi
Direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale della Salute
e il Consiglio Pastorale della Salute
PROGRAMMA DELLE CELEBRAZIONI DIOCESANE
Martedì 11 febbraio 2026
La Giornata Mondiale del Malato rappresenta un’occasione preziosa per riscoprire il valore della prossimità, della solidarietà e della cura reciproca, vissute come comunità che cammina insieme.
Il ringraziamento di padre Antonio d’Orsi al Vescovo
Eccellenza, è con grande gioia che oggi vi accogliamo in questa grande struttura, in questa grande clinica, dove siamo vicini all’ammalato, alla cultura dell’ammalato, per averlo vicino. Voi mi state vicino perché ogni volta che mi vedete mi incoraggiate, mi date forza, perché mi volete bene come un pastore.
Grazie per avermi dedicato questa giornata e grazie con tanto amore, perché ogni volta che ho qualche idea, apprezzate come un padre, come un pastore. E poi, la vostra vicinanza agli ammalati è la cosa più bella. Grazie di cuore per essere stati in mezzo a noi in questa giornata bellissima.
So che dopo andrete al Cardarelli; stasera avete la messa con l’Unitalsi, perché tutti siamo ammalati, il Signore guarisca tutti quanti voi, anche voi sacerdoti.
Ringrazio anche il reparto di oncologia, qui presente, coloro che si prendono cura degli ammalati ogni giorno, che ha donato i fiori che sono sull’altare, simbolo di resurrezione, di freschezza. Ringrazio anche per i doni che hanno preparato per tutti gli ammalati di questo ospedale.
Grazie, grazie di cuore, e grazie a voi, Eccellenza, per la vostra sincera, leale testimonianza di pastore. Grazie.
Omelia di S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni nella Santa Messa presso la Cappella del Responsible Research Hospital di Campobasso. Giornata del Malato 2026. 11 febbraio 2026.
Papa Leone XIV ha scelto come tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026, “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.
La parabola del Buon Samaritano la conosciamo tutti e ci indica quale debba essere il giusto atteggiamento verso il prossimo. Quando pensiamo a questa parabola, spesso immaginiamo che il prossimo sia colui che è stato aggredito dai briganti. Tuttavia, ci sono due sensi del termine “prossimo”: il prossimo è colui verso cui andare, ma è anche colui che deve avvicinarsi. Gesù stesso, rispondendo alla domanda “Chi è il mio prossimo?”, racconta la parabola e poi chiede: \ La risposta è chi si è accostato. Essere prossimo significa quindi avvicinarsi a chi è ammalato, a chi è in difficoltà.
Per fare questo sono necessarie alcune qualità, che voi operatori dimostrate costantemente e per le quali vi ringrazio. La prima è vedere: oggi siamo in un mondo così pieno di cose che spesso non ci soffermiamo a osservare chi ha bisogno. Molto spesso diciamo “non ho tempo, devo correre, ho fretta” e passiamo oltre. Fermarsi e vedere chi è nel bisogno è fondamentale: se non vediamo, non sappiamo come accostarci.
Imparare a vedere richiede gli occhi del cuore. La domanda iniziale del brano ascoltato riguarda l’amore: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?” Il Signore risponde: “Amerai, devi amare”. Solo amando siamo capaci di vedere veramente. Senza amore, rischiamo di fare le cose per abitudine, per consuetudine o per convenzione, ma questo non basta. Le azioni devono essere compiute con amore, perché l’amore permette di vedere oltre ciò che è immediato. Ad esempio, dietro una mascherina c’è una persona con paure, timori, speranze e desiderio di essere accompagnata. Vedere oltre significa incontrare e amare la persona come ha fatto Gesù Cristo.
Gesù ha incontrato e curato gli ammalati, compiendo miracoli che segnavano l’annuncio dell’amore di Dio. Il vero miracolo, tuttavia, è incontrarlo nella fede. Amare significa accostarsi all’altro con gli occhi dell’amore, riconoscendo Cristo in ogni persona sofferente. Ogni volta che un operatore si china su chi soffre, incontra Gesù che chiede: “Aiutami, sii vicino a me, sii di conforto.”
Dopo aver visto la sofferenza, bisogna fermarsi, perché molte volte si passa oltre. Fermarsi significa chiedere “Come stai?” o semplicemente dire “Ti sono vicino, ti affido al Signore.” Fermarsi è vicinanza, condivisione e compatire: stare con chi soffre e condividere la sua situazione. Non significa voler essere ammalati, ma aiutare a portare la malattia, condividere la sofferenza, prendersene cura.
Il samaritano si è fatto carico dell’uomo ferito: lo ha sollevato, portato dove poteva riposare, affidato a chi poteva aiutarlo. Dobbiamo imparare a fare lo stesso: essere vicini, aiutare e condividere il modo di porci verso chi soffre. La condivisione diffonde fraternità e testimonia il desiderio di essere accanto a chi è fragile. È importante anche affidarsi al Signore: tante volte vorremmo fare miracoli, guarire subito, ma non sempre è possibile. In questi casi, la fede ci spinge a dire: “Signore, fino a qui ho fatto tutto ciò che posso, ora affido a Te.” Dio interviene sempre nel modo migliore, donando sostegno, consolazione, coraggio, forza e condivisione, anche se non sempre visibilmente.
La Madonna di Lourdes accoglie milioni di persone ogni anno, offrendo amore materno e vicinanza di Dio. Ogni momento di preghiera fatta con il cuore ci fortifica. Oggi prego per tutti gli ammalati e operatori, affinché si sappia riconoscere l’intervento di Dio e si sia certi della sua vicinanza. Il vero samaritano nella vita è il Signore.
E tra noi? Chi è il nostro samaritano? Gesù Cristo, prima di tutto, poi le persone che ci vogliono bene e ci sostengono, e infine gli operatori, l’infermiere, l’OS, il cappellano. Tutti possiamo essere prossimi e il Signore ci aiuti a riscoprirlo, dandoci serenità e gioia nell’essere sempre prossimi con amore, affidandoci a Lui e confidando che farà sempre ciò che è bene per noi.
11 febbraio 2026
+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
