Con profonda gioia, l’intera comunità diocesana si unisce nel rendere grazie al Signore per il secondo anniversario di Consacrazione Episcopale del nostro Arcivescovo, S.E. Mons. Biagio Colaianni.
In questa significativa ricorrenza, desideriamo esprimere la nostra riconoscenza per il suo ministero, il suo servizio pastorale e la sua guida attenta e generosa al cammino della Chiesa di Campobasso.
Affidiamo il nostro Arcivescovo alla protezione del Signore, augurandogli di continuare il suo servizio episcopale nella luce dello Spirito Santo e con rinnovata forza apostolica.
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Gli Auguri di Don Antonio Arienzale, Vicario generale
In questa celebrazione desideriamo ringraziare il Signore per il secondo anno della presenza del nostro Arcivescovo Biagio come nostro pastore. Ringraziamo anche voi, Eccellenza, per il servizio che svolgete nella nostra comunità diocesana, un servizio sempre guidato da grande passione ed entusiasmo.
Vi auguriamo tanta fecondità spirituale nella costruzione del Regno di Dio nella nostra Chiesa locale. Questa mattina abbiamo vissuto un momento speciale insieme a tutti i sacerdoti durante il ritiro spirituale, e il predicatore ci ha parlato della fecondità di Abramo. Auguriamo che questa stessa fecondità accompagni voi e tutta la diocesi.
Assicuriamo la nostra preghiera non solo durante la Messa, ma anche in ogni momento della nostra giornata. Concludiamo davvero con tutto il cuore, a nome di tutta la diocesi, rinnovandovi i nostri più sinceri auguri, Eccellenza.
Il ringraziamento di S. Ecc. Colaianni al Clero e alla comunità diocesana
Ringrazio Monsignor Antonio Arienzale Vicario generale, e ringrazio voi tutti.
Non pensavo di essere così emozionato, e il motivo è uno solo, preponderante su tutti: la presenza del clero, che non è affatto scontata. Fin dalla consacrazione, il mio pensiero è stato di essere pastore, sì, della diocesi e dell’Arcidiocesi che mi veniva affidata, ma soprattutto dei presbiteri. E sono contento di vedere che, in proporzione, i sacerdoti sono più dei laici. Questo mi consola, e non è una lamentela per i laici non presenti. Assolutamente no: da parroco si ha a che fare con i laici, e il consenso dei laici lo si vede nella partecipazione alle celebrazioni.
Per me, in questo momento, la partecipazione dei presbiteri è il segno del mio ministero. E poi voi sacerdoti lo sapete: siete molto severi. Dico queste cose adesso per non dirle nell’omelia. Siete severi, ma buoni, attenti, e quindi se siete qui per me è una promozione. Nonostante i limiti, i difetti, eccetera, la vostra presenza e condivisione nell’Eucaristia è per me segno di un’offerta e di un impegno nella mia vita a vostro favore. Poi, di riflesso, tutto questo è un dono per tutta l’arcidiocesi, e per questo vi ringrazio profondamente.
Detto questo, affidiamoci al Signore perché sia misericordioso con noi. Io soprattutto, nonostante i miei limiti, vedo il Signore mostrare la sua misericordia, che non è solo perdono dei peccati e amore incondizionato, ma che diventa feconda, come ricordava il vicario generale. Una fecondità che ci permette di essere davanti a Dio sempre consapevoli di poter ricominciare e offrire di nuovo la nostra vita, nonostante le povertà.
Questa è la misericordia di Dio, alla quale affido tutta la mia incapacità, incongruenza, piccolezza e povertà. Certo, questo non è sufficiente per arrestare la grazia di Dio.
Omelia di S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni in occasione del suo secondo anniversario di Consacrazione Episcopale – 10 febbraio 2026 – Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso
La prima lettura identifica i miei sentimenti e il mio cuore, perché la preghiera che Salomone rivolge a Dio esprime gratitudine per quanto Dio compie nella sua vita e presso il popolo di Israele. C’è una consapevolezza profonda, interiore, che mi attraversa in questa giornata, che può sembrare scontata, e cioè che non c’è un Dio come Te. Dio è Dio e l’uomo è uomo, e bisogna porselo dinanzi spesso per comprendere quanto Dio non solo è grande, potente, onnipotente, l’assoluto dell’universo, di tutto il creato e di tutta l’umanità, di ogni tempo, ma anche per avere il senso che questa grandezza di Dio si riversa e si piega verso ognuno di noi.
Allora, scoprire e ricomprendersi nella grandezza di Dio significa scoprire che la nostra piccolezza Dio la rende grande, assimila a Sé ognuno di noi, ci conforma a Cristo nonostante quello che siamo, perché Dio è fedele. Dio continua a mantenere il rapporto con noi, nonostante le nostre defezioni, i nostri limiti, i nostri peccati. Dio rimane sempre fedele e credo che questo sia il sentimento che deve attraversare la vita di ognuno di noi, ed è quello che attraversa il mio ministero.
Sono passati due anni e andando indietro ancora mi chiedo cosa è successo e se indago con la mente umana e con la mia persona sono di fronte a qualcosa di grande, straordinario, misterioso. Però, nel momento in cui penso che Dio è colui che mi ha chiamato ad essere vescovo e di questa diocesi, allora un po’ mi tranquillizza, perché mi dico: “se Dio vuole, se Dio fa, se Dio si esprime attraverso la storia di ognuno di noi, Dio sa quello che fa”. Ecco che allora si può dire: non c’è un Dio come Te, perché Dio sa qual è il bene, sa qual è il percorso che ognuno di noi deve compiere. Il Signore sa, e noi di fronte a questo non possiamo che, con umiltà, anche con timore, con tremore, accogliere quello che Dio compie.
E tutto questo poi si deve tradurre nella preghiera, in una preghiera che è consegna di se stessi nelle mani di Dio ed è abbandono a Dio. E in questo ci si scopre servi, così come il Signore, come la Scrittura dice, verso noi servi Egli rivolge Sé stesso e quindi pone il Suo nome su ognuno di noi. E allora la preghiera diventa invocazione a Dio che continui a volgere il Suo sguardo su di noi, su di me, nel mio ministero.
Parliamoci chiaro: chi può assolvere a un compito così grande come quello di essere vescovo, pastore di un’intera diocesi? E ancora, come può uno pensare che l’essere semplicemente sacerdote, semplicemente – tra virgolette – sacerdote in una comunità possa dipendere dalle capacità umane? Non è possibile. Ognuno di noi, nel rapporto personale con Dio, già si scopre nella difficoltà di essere fedele personalmente, interiormente, a quanto il Signore chiede. Figuriamoci quanto diventa difficile pensare di poter assolvere a un compito che Dio ti dà. Non è possibile.
E lì si sperimenta la grandezza di Dio e lì veramente si scopre che quello che tu sei, è Dio che lo decide in te e per te e per coloro a cui ti affida. Poi questo diventa consolazione: da una parte è tale, dall’altra parte ancora di più impegna, perché di fronte a questa gratuità assoluta di Dio non si può che essere prostrati e avere ancor più il timore reverenziale di Dio, perché di fronte a questa Sua gratuità, bontà, misericordia, non puoi mai sentirti rispondente. Offro tutto me stesso, dono me stesso comunque sia. Ma se devi fare un paragone fra quello che Dio è nella tua vita, quello che Dio ti chiede, quello che Dio compie nell’esistenza di ognuno di noi, si è sempre insufficienti, inadeguati e impossibilitati a corrispondere. E questo deve darci il senso dell’assoluta gratuità di Dio e dell’umiltà che dobbiamo avere.
Noi siamo abituati a fare qualcosa, a vedere la rispondenza, a dare qualcosa e tacitamente ad attendere il contraccambio. In Dio non è possibile. Non è possibile se non un’unica cosa: tutto quello che sono, tutto quello che ho, tutto quello che penso di voler essere è Tuo e Te lo offro e Te lo dono secondo quello che Tu pensi e chiederai. Poi quello che avverrà è nelle mani di Dio, sempre con la nostra responsabilità e la nostra corrispondenza con tutto noi stessi.
Credo che questo sia il fondamento della vita di ognuno di noi e della vocazione alla quale ciascuno è chiamato. E tutto questo si riduce a un discorso, a un dialogo molto semplice: l’amore. Io mi devo interrogare su quanto amo Dio, non se sono capace di amarlo. Se lo amo, poi la capacità farà i conti con le mie difficoltà, i miei limiti, le situazioni, le povertà, tutto quello che vogliamo. Ma io devo rispondere del mio cuore, della mia adesione a Dio. E questo è ciò che conta.
Oggi è Santa Scolastica. Santa Scolastica, sapete, era il ramo femminile delle Benedettine, e Benedetto era il fratello gemello. È straordinario che un aspetto emerga soprattutto dalla loro relazione: viveva dell’incontrarsi anche fuori del monastero, ma in modo frequente, una volta al mese quando era possibile, era il dialogo che avveniva fra di loro. E di chi parlava? Santa Scolastica alle sue sorelle diceva: “Evitate di chiacchierare, evitate di parlare anche di cose buone, non fermatevi a parlare, lasciate parlare Dio.” E se lasciamo parlare Dio nella nostra vita, comprendiamo tutto quello che ci chiede. E lei viveva tutto questo con amore assoluto.
Dobbiamo rispondere a Dio dell’amore che abbiamo. Poi, se riusciamo, bene; se non riusciamo, si vedrà nel corso della vita. Alla fine presenteremo a Dio le nostre insufficienze di fronte alla Sua grandezza e gratuità. Però su una cosa dobbiamo essere certi: quanto mi spendo, quanto offro, quanto do a Dio? La risposta è una soltanto: la totalità dell’amore. Per me vescovo, per ogni sacerdote, diacono e seminarista, è una sola: tutto se stessi. Non esiste un amore diminuito rispetto a quello che Dio ci chiede. È questo che dà senso alla nostra vita cristiana.
Il brano del Vangelo evidenzia l’ipocrisia di una tradizione, di un’osservanza della legge, di regole, di culto, che però mancava di quell’amore sostanziale che Gesù chiedeva e che era adesione totale a Lui. Passava questo amore, se c’era, anche debole, anche povero, attraverso tutta un’altra serie di cose. Lì il Signore mette in evidenza l’ipocrisia che può raggiungerci quando pensiamo di trovare Dio nel dire preghiere, nell’andare a Messa, nel vivere fraternamente, ma la radice deve essere assolutamente l’amore totale al Signore, perché è l’unica cosa che ci permette di vivere tradizioni, culto, regole e comandamenti con il cuore. E se poi ci riusciamo meno, è sempre un cuore povero davanti a Dio, che Dio continuerà ad amare nella Sua misericordia senza venir meno alla Sua fedeltà, all’alleanza, alla comunione e all’unione con noi, nonostante tutto, comunque sia, sempre.
Ancor più comprendiamo che la nostra vita cristiana, la nostra vocazione, deve poggiare sull’amore per Dio e in Dio, certi che questo nasce dall’amore che Egli ha per ciascuno di noi. Questo è ciò che ognuno di noi deve considerare.
Quando penso al mio essere vescovo, non è facile. Vi assicuro. Tante volte è come per voi genitori che, di fronte a vostro figlio piccolo o adulto, vi dite: “Eh, ma questo l’ho creato io.” Creato nel senso: l’ho partorito io, l’ho messo al mondo io, gli ho dato io tante cose. Beh, ci si sorprende sempre: c’è lo stupore di fronte all’azione di Dio nella propria vita. Ed è quello che vivo, lo stupore costante e continuo di come Dio opera in ciò che è povero e di ciò che fa, come Egli pensa e decide.
Qualche volta ti rendi conto che non appartiene a te quello che hai detto, fatto, pensato, su cui hai fatto discernimento e deciso, ma appartiene a Dio che ti guida, ti orienta, ti sostiene, ti è accanto e ti è vicino senza mai sostituirti, perché è troppo rispettoso della nostra povertà e dei nostri limiti. Questo è l’amore vero, profondo, assoluto di Dio per ognuno di noi.
Di fronte a questo non può esserci che stupore e apertura a lasciarsi fecondare e amare da Dio e a istruirsi con la Sua parola, perché è l’unica possibilità per corrispondere, non alla pari, ma con tutta la propria vita, nella consapevolezza di fare la Sua volontà e di essere sereni e contenti di farlo. Io contento di farlo.
A voi confratelli: il vescovo che desiderate non so chi sia, ma certo è che un vescovo c’è: sono io, e vi è dato. Questo risiede non solo nell’ingresso che ricorderò tra un mese nella diocesi, ma nella consacrazione: in Dio sono stato consacrato vescovo con un Suo progetto, un modo di pensare, di vedere e orientare questa diocesi, di fare in modo che diventiamo interlocutori. E tutto questo con umiltà io lo accetto e vi invito a supportarmi, perché siete capaci anche di sopportarmi.
È questa la logica del ministero vissuto e speso in una Chiesa. Io come vescovo, io come sacerdote nei confronti dei laici, e allora in tutto questo abbiate la misericordia che Dio ha con ognuno di voi, abbiate misericordia anche verso di me, vostro vescovo. Certo, non rispondente a quanto avreste voluto o vi aspettavate, ma che volete? È così. Sto io, sono questo, mi ha consacrato, mi ha chiamato a essere pastore di questa diocesi. Ci sarà pure qualcosa di buono, un motivo, un pensiero di Dio che vi deve attraversare e rendere certi di poter costruire assieme la Chiesa che serviamo, perché io senza di voi non sono nulla. Non sono nessuno. Non sono vescovo di me stesso, nella mia idea, nel mio cuore o nei miei pensieri. Sono vescovo concreto, reale di una comunità presbiterale fatta anche di laici, è la Chiesa, e in essa Dio mi ha collocato, per questo mi ha consacrato.
Questa è consolazione: mi dà tremore, ma nello stesso tempo consapevolezza di fare un percorso di vita con voi ministeriali nella volontà di Dio, sempre alla scoperta, giorno per giorno, cercando di comprendere cosa è buono, opportuno, cosa Egli vuole, cosa chiede e di provare a farlo. Certo, a volte mi confondo, non lo capisco, a volte sbaglio, ma credo che questo sia il percorso da fare.
Voi immaginate un vescovo perfetto, onnisciente, capace di capire tutto: sareste forse i primi a rifiutare un vescovo del genere, perché la debolezza, la fragilità, l’umanità, la possibilità di sbagliare, di non essere compresi come si vorrebbe, fa di un vescovo il vescovo che Dio ha pensato, il vostro vescovo.
Se c’è qualche dubbio, qualche remora, rivolgetevi a Lui, ditegli: perché mi hai consacrato? Io me lo sono chiesto, non ho trovato risposta; è difficile trovarla. Allora cosa rimane? Rimane affidarsi a Dio e sostenersi, come ha fatto Salomone: di fronte a Dio non bastava pensare di costruire una chiesa, perché è Dio che costruisce. Non bastava la sua preghiera, perché in essa scopre che prima ancora della sua preghiera Dio lo ha accostato, lo ha amato, lo ha reso quello che nel Suo progetto e nella Sua volontà desiderava. Salomone, come tutti i personaggi della Sacra Scrittura, non ha fatto altro che piegarsi alla volontà di Dio, che li ha investiti di cose più grandi di loro, ma che nella povertà rispondevano a quanto Dio chiedeva.
Per questo, anche Gesù si è presentato come povero, proprio perché potesse essere riconosciuto da tutti come simile a noi, ma come Messia, Figlio di Dio, Dio in mezzo agli uomini. E allora nella povertà che riscontrate, proviamo a cogliere la presenza di Dio. Anche nella mia povertà come vescovo, nei vostri confronti, come pastore, nella difficoltà, nella fatica, anche negli errori, provate ad accogliere comunque la presenza di Dio.
Questo credo sia la verità che ci appartiene, sento che mi appartiene, perché senza la benevolenza, misericordia, gratuità e grandezza di Dio che si riversano su quello che sono, sarebbe difficile comprendere il mio essere vescovo, il mio essere in questa diocesi, il mio essere per voi pastore.
Poi vi ringrazio di una cosa che diventa per me sostegno: la consapevolezza di come siamo Chiesa e diventa forza. Credo che, quando avrò finito il mio ministero episcopale, sarà la cosa più grande che mi resterà: pensare che in ogni celebrazione i sacerdoti dicono il mio nome in ogni eucaristia. Può essere un nome poco bello, poco simpatico, ma lì è il mistero di quanto Dio compie in un vescovo con il suo presbiterio e attraverso ogni celebrazione.
E allora in tutto questo riconosciamoci: io come pastore, voi come presbiterio. In questo sostenetemi. La mia consacrazione è Dio che l’ha compiuta nella Chiesa, ma è affidata anche a voi, alla vostra preghiera, al mio preservarmi dal male attraverso la vostra intercessione, misericordia, pazienza e vicinanza. Io, per quanto mi riguarda, nella totalità dell’amore a Dio, provo ad essere totale nell’amore per voi. Questo è quello che posso dire con certezza. Ci riesco meno, ma lasciamo che la grazia di Dio ce ne faccia comprendere la possibilità, la portata e, anche se in parte, ciò avvenga.
10 febbraio 2026
+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
