Nel pomeriggio del 27 gennaio, nella chiesa di San Pietro in Vinculis a Sant’Angelo in Grotte, è stata inaugurata e benedetta una nuova opera pittorica dell’artista italo-americano Ron Di Scenza, residente a Carpinone. Il dipinto, raffigurante l’Ascensione di Gesù, è stato collocato nella lunetta sopra il presbiterio con l’obiettivo di arricchire e valorizzare l’altare della chiesa.
Alla cerimonia hanno partecipato l’arcivescovo della diocesi di Campobasso-Bojano, Biagio Colaianni, il parroco don Michele Stasio, l’autore dell’opera e l’architetto e storico dell’arte Franco Valente. Visibilmente commosso, Di Scenza ha spiegato che il dono nasce da una profonda esperienza personale, vissuta in gioventù, che lo ha portato a sentire il bisogno di ringraziare il Signore attraverso l’arte.
L’architetto Valente ha illustrato il valore storico e simbolico dell’opera e del luogo sacro, sottolineando la forza espressiva del Cristo e il significato cristiano della rappresentazione della vita eterna. L’arcivescovo Colaianni ha definito il dipinto un dono prezioso per l’intera comunità, frutto di ispirazione e fede.
La cerimonia si è conclusa con la benedizione del quadro, il ringraziamento dei cittadini all’artista e un momento di convivialità, a suggello di un evento che arricchisce ulteriormente il patrimonio artistico e spirituale del borgo.
Intervento dell’architetto Franco Valente
Dopo la testimonianza personale di Ron non è semplice soffermarsi su un’opera pittorica da lui realizzata e donata alla comunità di Sant’Angelo. Tuttavia, provando a guardare il quadro con uno sguardo diverso, è possibile interrogarsi su ciò che l’artista ha fatto e sulle ragioni profonde che lo hanno guidato. Chi si occupa di storia dell’arte e di architettura tenta spesso di cogliere significati che talvolta nemmeno gli artisti stessi formulano consapevolmente, attribuendo senso alle opere e ai gesti creativi.
È utile partire dal titolo della chiesa, dedicata a San Pietro in Vincoli, cioè a San Pietro prigioniero. Questa storia ha origine a Roma grazie a Eudossia che, durante un pellegrinaggio a Costantinopoli, ricevette dal patriarca la catena con cui San Pietro era stato incarcerato in Oriente. Le catene vennero portate a Roma e qui fu edificata la chiesa di San Pietro in Vincoli, destinata ad assumere un ruolo centrale nella storia della cristianità. In seguito furono trasferite anche le catene usate dai Romani per imprigionare Pietro nel carcere Mamertino. Alla presenza di Papa Leone Magno, le due catene — quelle di Costantinopoli e quelle di Roma — furono unite e, miracolosamente, si saldarono senza alcun intervento umano. Da allora questo prodigio fu comunicato a tutto il mondo cristiano.
Oggi abbiamo un Papa che si definisce agostiniano, e Sant’Agostino è una figura fondamentale della storia della Chiesa. Secondo il suo pensiero, l’uomo nasce già segnato da un destino: le possibilità di scelta sono limitate e l’autonomia decisionale è minima. In questo senso anche la comunità di Sant’Angelo è profondamente condizionata dal luogo in cui è nata; ciascuno vive la storia del paese, anche senza conoscerla pienamente.
Un ringraziamento va a don Michele e al vescovo, che con pazienza ascoltano queste riflessioni. Durante incontri come questo, il tabernacolo viene aperto e l’ostia spostata, poiché non è corretto parlare voltando le spalle al “padrone di casa”. Il tabernacolo, infatti, è il luogo del comando, il luogo di chi governa.
Occorre ricordare che, se Ron avesse dipinto quest’opera nell’VIII secolo, gli avrebbero tagliato le mani. Spesso si pensa che la pittura sia sempre stata accettata nella cristianità, ma non è così. Giovanni Damasceno, pittore ai tempi di Leone III Isaurico, realizzava icone in un contesto in cui si voleva rispettare il comando dato da Dio a Mosè: non rappresentare Dio. Questo precetto è condiviso da ebrei e musulmani, che evitano immagini divine nei loro luoghi di culto. I cristiani, però, credono nell’incarnazione di Dio in Cristo, e proprio questo rende possibile la sua rappresentazione.
L’arte è la Bibbia narrata per immagini. Attraverso le opere artistiche è possibile ricostruire la storia della Chiesa e dell’umanità. Nonostante ciò, a Giovanni Damasceno furono tagliate le mani, che — secondo la tradizione — la Madonna gli restituì miracolosamente. Da qui nasce l’iconografia della Madonna con tre braccia, dove il terzo arto rappresenta l’ex voto dell’artista.
L’arte non può essere considerata estranea alla vita dell’uomo. L’opera di Ron nasce da una storia personale, ma anche dal luogo in cui è nato, vissuto e dalla comunità da cui proviene. Le immagini raffigurano una figura barbuta, con le stimmate, posta in alto: una rappresentazione che non descrive una persona reale, ma il momento dell’Ascensione, quando gli apostoli vedono Cristo salire al cielo nella gloria degli angeli, quaranta giorni dopo la sua morte.
La festa dell’Ascensione viene istituita proprio nel periodo di Papa Leone, lo stesso in cui nasce la chiesa di San Pietro in Vincoli. In questa tradizione iconografica compaiono due angeli che suonano la tromba. Giovanni Damasceno affermava che per vedere gli angeli bisogna pregare e digiunare, affinché la mente, illuminata dalle Scritture, possa comprenderne il significato.
Le trombe richiamano il giudizio universale. Le chiese, infatti, non nascono per conferenze o celebrazioni, ma per custodire i morti. Sotto i pavimenti si trovano le ossa degli antenati, sepolti lì perché in quel luogo si attende la resurrezione. La presenza delle reliquie garantisce che, nel giorno del giudizio, l’anima del santo si ricongiungerà al corpo e condurrà con sé i fedeli a lui affidati, in questo caso San Pietro.
Gli angeli che suonano la tromba rimandano all’arcangelo Uriele, colui che annuncerà la resurrezione del mondo alla fine dei tempi. Tutto questo è racchiuso in segni e immagini che solo l’arte è in grado di trasmettere.
La benedizione dell’opera è fondamentale perché trasforma una semplice rappresentazione artistica in un simbolo. Il simbolo, dal greco symbállō, significa “mettere insieme”, unire. Al contrario, il diabolico, da diabállō, significa dividere. Il simbolo unisce, il diavolo separa.
Ron è riuscito a concentrare in un solo quadro i significati fondamentali della cultura cristiana, legandoli a un’estetica di grande forza. Quest’opera passerà alla storia come il Cristo risorto più alto mai rappresentato: un primato che rende questo dipinto non solo artisticamente rilevante, ma anche unico e irripetibile nella storia dell’arte.
27 gennaio 2026
Chiesa di San Pietro in Vinculis a Sant’Angelo in Grotte
Franco Valente, Architetto
L’intervento conclusivo di Mons. Biagio Colaianni
Siamo qui semplicemente per dire grazie, perché questa sera abbiamo vissuto un momento che, come ricordava don Michele, è autenticamente spirituale. Non si è trattato solo di una rappresentazione artistica o del racconto di un’esperienza personale, ma di qualcosa che abbiamo condiviso insieme: un vero momento di spiritualità.
La spiritualità è quel tempo in cui l’uomo cerca di incontrare ciò che di più alto riconosce dentro di sé; noi cristiani, in questo cammino interiore, riconosciamo la presenza di Dio in noi. Questa presenza è stata raccontata attraverso l’arte, con competenza e grande capacità espressiva, mostrando come l’arte sia segno e simbolo del divino e come, nel corso dei secoli, abbia contribuito a coltivare e trasmettere la fede.
Come ricordava l’architetto, in epoche in cui non tutti sapevano leggere e la cultura non era diffusa, la catechesi e il parlare di Dio passavano soprattutto attraverso le immagini. Esse rendevano il messaggio comprensibile, accessibile e fruibile da tutti, perché non si limitavano a una semplice raffigurazione, ma comunicavano molto di più. Quando rappresentiamo una persona, infatti, non vediamo solo un volto, ma ne intuiamo la storia, la vita. Allo stesso modo, nella rappresentazione delle figure religiose, ciò che emerge è ciò che esse evocano: la loro storia, la loro esperienza, il loro significato profondo.
Quando si parla di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo, l’immagine non racconta la storia di un singolo individuo, ma una storia che appartiene a Dio e, in Gesù Cristo, a tutta l’umanità. Per questo l’evocazione storica, mediata dall’arte, diventa esperienza spirituale.
C’è poi un altro aspetto importante da sottolineare, che riguarda Ron. Come accennava indirettamente l’architetto, in alcune culture la rappresentazione per immagini era vietata; tuttavia, nella tradizione orientale, dove l’iconografia è considerata una vera rappresentazione del divino, esiste una consapevolezza molto profonda che in parte, da noi, si è affievolita. L’iconografo, prima di realizzare un’opera, si prepara con digiuno, preghiera e purificazione, perché crede che Dio stesso intervenga nel suo dipingere. È la mano di Dio che si manifesta attraverso l’icona, tanto che l’iconografo non firma mai l’opera, riconoscendo Dio come unico autore.
L’esperienza raccontata da Ron, pur appartenendo alla nostra tradizione pittorica e non iconografica, esprime un significato molto simile. Attraverso la sua storia, emerge come Dio non solo lo abbia salvato e gli abbia donato la vita, ma lo abbia anche ispirato nel rappresentarlo. Osservando i particolari di quest’opera – cosa che avrete certamente modo di fare – si rimane colpiti dalla sua straordinarietà. Oltre al valore artistico indiscutibile, dopo aver ascoltato la sua storia si può davvero riconoscere che il Signore lo ha guidato nella realizzazione di quest’opera, permettendogli di esprimere, attraverso la pittura, il suo incontro profondo e spirituale con Cristo.
La raffigurazione del Cristo che ascende al cielo è realizzata in modo mirabile. Il volto, che a distanza può sembrare difficile da cogliere, rivela tutta la sua forza quando lo si osserva da vicino: è qualcosa di davvero straordinario, così come lo sono le pieghe e i dettagli dell’intera composizione. Tutto questo porta a riconoscere che il Signore si è servito dell’esperienza di Ron per continuare a parlare a noi.
Dio si manifesta in molti modi: attraverso l’esperienza personale, attraverso l’arte, attraverso il dono fatto a questa comunità parrocchiale. Chi non vuole vedere, non veda; chi non vuole ascoltare, non ascolti. Ma chi ha gli occhi della fede sa riconoscere la presenza di Dio, che si rivela in forme diverse.
Questa sera possiamo dire che Dio è in mezzo a noi: non solo perché è realmente presente nell’Eucaristia, ma anche perché continua a manifestarsi attraverso quest’opera, della quale ora potremo nutrirci spiritualmente. Entrando in questa chiesa troviamo il Santissimo Sacramento, riferimento concreto della nostra fede, e allo stesso tempo le opere artistiche ci aiutano a coltivare il senso della vicinanza e della presenza di Dio.
Per questo va il nostro grazie: per l’opera donata a questa comunità, non solo per il suo valore artistico, ma per ciò che essa trasmette. Attraverso la sua esperienza, la sua arte e il compimento di quest’opera, è stata offerta a tutti noi la possibilità di partecipare a una comunione più profonda con Dio. Questo momento diventa così un vero tempo di spiritualità e di fede, che la celebrazione eucaristica e la benedizione dell’opera renderanno ancora più pieno.
Accogliamo questi momenti non solo come eventi artistici, ma come occasioni in cui l’opera e l’artista riescono a trasmettere qualcosa di essenziale. Apriamo il cuore perché Dio possa comunicarci ancora più profondamente il significato di quest’opera, che annuncia la vita eterna verso la quale tutti siamo orientati.
La nostra fede si fonda su un annuncio essenziale: non solo il bene da compiere, l’amore da vivere, la carità, la fraternità e la pace, ma soprattutto l’annuncio di Cristo risorto, che ci ricorda che siamo tutti attesi. Godiamo già ora dei doni che il Signore ci offre, ma sappiamo che ci attende per condividere con Lui la vita eterna.
Grazie dunque a Ron, all’architetto e a don Michele, che ha reso possibile tutto questo per la comunità. Le persone passano, ma quest’opera rimarrà, così come rimane la fede e il cammino di una comunità intera. Questo è il dono più grande: una testimonianza che resiste al tempo e continua a proclamare la presenza di Dio nella vita del suo popolo.
27 gennaio 2026
Chiesa di San Pietro in Vinculis a Sant’Angelo in Grotte
+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
