«Venite davanti a me con cuore spezzato e spirito contrito, perché il corpo di mio Figlio è spezzato».

Le parole profetiche di Ralph Martin (Kansas City, 1977) richiamano con forza il mistero di un Corpo spezzato che interpella ancora oggi la coscienza dei cristiani: un Corpo donato per la salvezza del mondo, ma anche ferito dalle divisioni.

Dal 18 al 25 gennaio si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, appuntamento ormai consueto per tutte le Chiese e comunità cristiane. Le date, collocate tra la festa della Cattedra di San Pietro e quella della Conversione di San Paolo, sottolineano il desiderio di comunione e di conversione che attraversa l’intera settimana.

È un tempo di particolare intensità spirituale, nel quale i cristiani sono invitati a chiedere la grazia di realizzare ciò per cui Gesù stesso ha pregato nell’ultima Cena:

«Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).

Il tema scelto per quest’anno è tratto dalla Lettera agli Efesini:

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Ef 4,4).

Ogni comunità cristiana è invitata a vivere questi giorni attraverso momenti di incontro fraterno, dialogo e preghiera, nella consapevolezza che l’unità non è un progetto umano, ma un dono da accogliere e da implorare.

Nella nostra diocesi, momento centrale della settimana sarà la celebrazione ecumenica di mercoledì 21 gennaio, alle ore 19.00, presso la Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso.
All’incontro sono invitati i cristiani cattolici, protestanti ed ortodossi. Sarà un tempo di preghiera comune e di ascolto della Parola di Dio, con la predicazione dell’Arcivescovo Biagio Colaianni e della Pastora valdese Susy De Angelis, segno concreto di comunione nel rispetto delle diverse tradizioni ecclesiali.

In un tempo segnato da dispersione e fragilità, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani richiama tutti a “tornare al piano del Padre” e “al proposito di Dio”, affinché il Corpo di Cristo, spezzato per amore, possa essere sempre più riconosciuto come un solo Corpo, animato da un solo Spirito.

 

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Omelia di S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 18–25 gennaio. Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso, 21 gennaio 2026.

CHIAMATI ALL’UNITÀ NELLA PACE DI CRISTO

Il brano della lettera di San Paolo agli Efesini che abbiamo ascoltato è un’esortazione, una raccomandazione chiara e diretta: riconoscerci nell’unità con il Signore e tra di noi. Questa unità non è una realtà esterna, non è una novità né un dono che il Signore non abbia ancora fatto: è qualcosa che già ci appartiene.

Per questo Paolo si definisce prigioniero del Signore: nella sua unità con Cristo egli è incatenato a Lui, assimilato, pienamente unito. In questa comunione Paolo riconosce la propria identità e la propria vocazione. Allo stesso modo, anche noi siamo invitati a riconoscerci nella nostra identità di figli di Dio, di cristiani, nella vocazione che ci lega al Signore.

Paolo comprende tutto questo a partire dal suo rapporto con Dio: un rapporto personale che diventa poi comunitario nelle nostre Chiese. Questo legame è il fondamento imprescindibile per vivere ogni relazione cristiana, ogni relazione di fraternità e di unità. Senza un rapporto personale con il Signore diventa difficile vivere le relazioni solo sul piano umano. È dall’amicizia con Cristo che impariamo a vivere ogni relazione nell’amore.

È lo Spirito Santo che ci unisce, agendo in noi nel rispetto delle differenze: differenze emotive, teologiche, di prassi di vita cristiana. Le diversità non vengono annullate, ma accolte e orientate verso la comunione nella pace che Dio desidera per tutta l’umanità. Dio rende ciascuno di noi strumento di questa pace nei contesti concreti della nostra vita, là dove condividiamo l’esistenza con gli altri.

Questa comunione trova il suo fondamento nei versetti del capitolo 4 della lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato, dove la Scrittura insiste con forza: «un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; un solo Dio e Padre di tutti».

Questo “solo” non indica solitudine, ma assolutezza e riferimento. Senza il Signore, senza lo Spirito, senza la fede, il battesimo e la consapevolezza che Dio è Padre, non è possibile vivere l’unità e la comunione.

Dio è uno e crea unità e comunione in sé. Siamo noi a frammentarlo quando non viviamo secondo il fondamento della nostra fede. Per questo ogni diversità trova in Dio la sua composizione nell’unità. Paolo ci richiama alla coerenza della vita cristiana, affinché siamo degni della chiamata ricevuta.

Lo stile con cui vivere questa vocazione è indicato chiaramente: umiltà, cordialità, pazienza, dolcezza, magnanimità. È l’accoglienza dell’altro nell’amore, anche nella sopportazione, che significa farsi carico dei limiti dell’altro. Accogliere nonostante le fragilità e le povertà, come ciascuno di noi desidera essere accolto, senza essere condannato per i propri errori. È la stessa accoglienza misericordiosa che Dio ha verso di noi e che siamo chiamati a vivere verso gli altri.

Il Padre nostro, la preghiera che ci accomuna e che recitiamo insieme, esprime con particolare forza questo stile di vita. Per questo siamo chiamati a cercare, ricercare e costruire amore e pace. Parole che possono sembrare scontate, ma che richiedono un impegno concreto, prima di tutto dentro di noi. Solo così diventiamo capaci di vivere amore e pace con gli altri e di essere autentica comunità cristiana.

Oggi più che mai questa testimonianza è necessaria in un mondo segnato dal male, dalla divisione e dalla violenza, dove la guerra e la prevaricazione sembrano diventare un nuovo modo di vivere le relazioni e la vita stessa. Ma tutto questo è buio per l’umanità. Noi però abbiamo Gesù Cristo, che non permetterà al male di avere l’ultima parola.

Il Signore attende che ciascuno di noi, riconoscendosi nella propria vocazione e nell’unità con Lui e con gli altri, non permetta al male di prendere il sopravvento attraverso divisioni, odio e violenza. Siamo chiamati ad aprirci all’unità e alla pace che Dio continuamente ci dona, un dono costante offerto a tutti.

Per questo lo ringraziamo: pace e unità, rese possibili dallo Spirito Santo, possono diventare speranza per le nostre Chiese, per ciascuno di noi e per l’umanità intera. Dio ascolti la nostra preghiera, i nostri cuori, il nostro impegno e il desiderio di realizzare ciò che Egli stesso suggerisce alle nostre comunità e chiede a ognuno di noi.

21 gennaio 2026

+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni

 

Intervento della Pastora Valdese Susy De Angelis

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ: IL CAMMINO DELLA CHIESA DAVANTI A DIO

Alcuni possono pensare che tutti e tutte siamo chiamati a diventare la stessa cosa. C’è chi immagina che lo scopo del movimento ecumenico sia proprio questo: arrivare a una forma unica, uniforme. Ma uguali a chi? È facile credere che l’unica strada possibile sia quella che porta gli altri ad assomigliarci. Ogni Chiesa, ogni persona, tende a considerarsi la forma migliore possibile di Chiesa, quella più fedele al Vangelo e alla volontà di Dio.

Eppure la storia ci insegna che ogni volta che qualcuno ha pensato di possedere la verità assoluta, giudicando gli altri come sbagliati e pretendendo che si conformassero, si sono generate catastrofi. È accaduto sul piano politico, basti pensare alle due guerre mondiali, ed è accaduto sul piano teologico, con le persecuzioni di coloro che venivano definiti eretici fin dai primi concili, fino alle tragedie delle crociate e delle guerre di religione. Nessuno può sentirsi estraneo a queste responsabilità. Ancora oggi la Chiesa di Gesù Cristo fatica ad avere il coraggio di non schierarsi con il potere, scegliendo invece di stare dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Il cammino ecumenico non conduce all’uniformità, ma al suo opposto. Non rende tutti uguali, bensì porta tutte le Chiese insieme davanti alla Parola di Dio, una Parola che prima di tutto giudica. Tutti noi, fratelli e sorelle, siamo posti sotto questo giudizio, perché la Parola ci supera e ci sovrasta. Essa oggi ci parla di unicità, di unità e di differenza.

L’unicità resta: è solo Dio che ha donato al mondo Gesù Cristo e che, fondando la Chiesa, rende possibile un continuo rinnovamento attraverso la presenza dello Spirito Santo. L’unico è Dio: ciò che è irripetibile, ciò che non dipende dalle differenze del mondo, ciò la cui Parola non passerà. Per la Chiesa conta una cosa sola: Dio. Alla Chiesa resta sempre e soltanto Dio. Questo è decisivo. Il mondo può toglierci tutto, persino la speranza, la pace, l’amore e la giustizia, ma nessuno potrà mai strapparci Dio e la sua volontà. Dio rimane e rimarrà per sempre, fondamento di ogni pace, di ogni speranza, di ogni riconciliazione e di ogni giustizia.

Questa è la parola di cui la Chiesa ha bisogno oggi: l’unità. Non l’unicità di una Chiesa alla quale tutti dovrebbero adeguarsi, ma l’unità del popolo di Dio. Un’unità che è possibile solo nella potenza dello Spirito Santo. Essere uniti senza essere identici. Anzi, essere uniti proprio grazie alle nostre profonde differenze. Oggi vogliamo testimoniare al mondo che è possibile vivere l’unità guardando in faccia le differenze reciproche, anche quelle che fanno male e che possono ferire.

Se siamo la Chiesa di Gesù Cristo, non possiamo pensare e agire secondo la logica del mondo, al quale non dobbiamo conformarci. Non possiamo abbattere gli altri, neppure fisicamente, perché sono diversi, perché non si adeguano alla maggioranza, perché sono stranieri o percepiti come estranei.

Ma come è possibile essere uniti quando le differenze sono così profonde? La Parola di Dio ci indica due criteri, due vie particolari, certamente non facili. La premessa fondamentale è questa: da soli non ce la faremo. Non ci riusciremo, e riconoscerlo è già una forma di salvezza. Da soli tenderemo sempre a scegliere noi stessi al posto degli altri, a difendere la nostra unicità, e così cadremo nel peccato. Ma Dio può. In Dio tutto è possibile. Se accoglieremo lo Spirito del Signore, potremo vivere questi due criteri che conducono all’unità nella diversità.

Il primo è l’amore: l’amore di Dio, l’amore per Dio e l’amore reciproco. Solo nell’amore esiste una vera comunione con Dio e tra di noi, non semplicemente nell’ascolto, nel rispetto o nell’accoglienza, ma nell’amore autentico. Un amore che agisce, che si mette in movimento in modo sorprendente, meravigliosamente sorprendente. È uno slancio mosso dallo Spirito Santo. Un amore che abbassa se stessi e innalza gli altri, che accoglie e benedice, che lascia cadere la propria pretesa di verità assoluta e si mette in cammino insieme agli altri.

Il secondo criterio riguarda una differenza particolare che ha un nome preciso: vocazione. L’epistola agli Efesini parla di una pluralità di ministeri e di chiamate. Ogni credente che ascolta la Parola di Dio e la accoglie, convertendo il cuore all’amore di Dio, riceve una vocazione unica, diversa da quella degli altri. Paolo, scrivendo ai Corinzi, descrive la Chiesa come un corpo formato da membra differenti, tutte necessarie e tutte inconfondibili. E allora la domanda diventa personale: fratello, sorella, qual è la tua vocazione? A che cosa sei chiamato, a che cosa sei chiamata? Che cosa lo Spirito dice oggi alla Chiesa di Cristo, qui e ora?

È così che vogliamo camminare insieme verso l’unità della fede, perché il mondo possa credere. Crediamo in un solo Spirito, in un solo battesimo, in una sola fede. E soprattutto crediamo in un solo Dio, al quale sia la gloria, ora e per sempre. Amen.