Mercoledì 14 gennaio si terrà una giornata di studio dedicata alla figura di don Pino Puglisi, sacerdote e martire della Chiesa, ucciso dalla mafia nel 1993 per il suo impegno educativo e civile nel quartiere Brancaccio di Palermo. L’incontro si svolgerà in mattinata presso l’Aula Magna dell’Università del Molise e nel pomeriggio presso la Sala Celestino V, in via Mazzini a Campobasso. L’iniziativa è promossa dall’Ufficio Scuola dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano.
L’evento, dal titolo “Il coraggio della cura. Educare alla legalità come atto di libertà”, intende offrire un’occasione di riflessione sul valore educativo della legalità, della responsabilità e della libertà, a partire dalla testimonianza di don Pino Puglisi, che ha saputo coniugare fede, impegno sociale e attenzione concreta alle giovani generazioni.
La giornata sarà articolata in due momenti distinti.
La mattina, dalle ore 9 alle 13, l’incontro sarà rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e si svolgerà presso l’Aula di Ateneo dell’Università del Molise.
Nel pomeriggio, alle ore 17, l’appuntamento è dedicato agli insegnanti, agli operatori del mondo educativo e alla cittadinanza tutta, presso la Sala Celestino V, in via Mazzini a Campobasso.
Momento particolarmente significativo della giornata sarà la presenza di suor Carolina Iavazzo, che ha condiviso con don Pino Puglisi l’esperienza educativa e pastorale nel quartiere Brancaccio di Palermo. La sua testimonianza diretta offrirà una lettura viva e concreta del pensiero e dello stile educativo di don Pino, profondamente radicati nella cura delle persone, delle relazioni e nella responsabilizzazione delle coscienze.
Per l’incontro pomeridiano sono inoltre previsti autorevoli contributi istituzionali e accademici, tra cui l’intervento dell’Arcivescovo della Diocesi di Campobasso-Bojano, S.E. Mons. Biagio Colaianni, e del prof. Luca Refrigeri, docente dell’Università degli Studi del Molise, per una riflessione approfondita sul valore educativo della legalità, della cura e dell’impegno civile nella scuola.
La giornata di studio si inserisce in un più ampio percorso educativo volto a promuovere una cultura della legalità intesa non come insieme di regole astratte, ma come scelta quotidiana di responsabilità, giustizia e attenzione all’altro, nel solco dell’eredità morale e civile lasciata da don Pino Puglisi.
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Testimonianza Suor Carolina Iavazzo, che ha condiviso con don Pino Puglisi l’esperienza educativa e pastorale nel quartiere Brancaccio di Palermo.
PADRE PINO PUGLISI: EDUCARE ALLA LIBERTÀ E ALLA RESPONSABILITÀ
Buonasera a tutti. Vi ringrazio per essere presenti e per la disponibilità all’ascolto. Ringrazio Sua Eccellenza per aver reso possibile questo incontro e questa giornata così intensa e significativa. Un grazie sincero anche a Pina, che ci ha sostenute e supportate per l’intera giornata.
Al mattino abbiamo vissuto due incontri molto belli con i giovani; questa sera, invece, desidero dare un taglio più educativo, parlando in particolare a insegnanti di religione, insegnanti in generale e persone adulte.
Vorrei soffermarmi su alcune domande fondamentali: chi era padre Pino Puglisi, quale ambiente ha attraversato, quale cammino ha compiuto, quale arte educativa ha incarnato e, infine, il senso della sua morte.
Prima di tutto, sento il bisogno di liberarci da due rischi. Il primo è quello di pensare a padre Pino Puglisi come a un eroe. È facile dire: «Quello era un eroe», come si dice di Falcone, Borsellino, Livatino. Ma gli eroi, spesso, li costruiamo noi quando non abbiamo voglia di impegnarci davvero. Dire che qualcuno è un eroe diventa una scusa per giustificare il nostro non fare: «Io che posso fare?». Così ci rassegniamo.
Padre Pino Puglisi non era un eroe. Era un uomo come noi, un sacerdote per vocazione e non per mestiere. Una persona donata a Dio, gioiosa, innamorata della vita, con i piedi ben piantati per terra. Soffriva, piangeva, gioiva come ciascuno di noi. Non era straordinario: aveva però chiaro l’obiettivo verso cui andare. Le sue scelte, scelte mirate e profondamente educative, lo hanno condotto fino al sacrificio della vita. Non parliamo quindi di eroi, ma di persone che scelgono, che si impegnano, che vivono in modo autentico, onesto e concreto.
Il secondo rischio è pensare a don Puglisi come a un sacerdote antimafia. Non esistono sacerdoti antimafia: altrimenti dovremmo pensare che alcuni preti siano contro la mafia e altri a favore, e questo è impensabile. Padre Puglisi era un prete. Punto. Amava il Vangelo, annunciava il Vangelo, viveva il Vangelo. Ed è proprio per questo che era contro il male, come ogni sacerdote dovrebbe essere. Non era antimafia: era evangelico.
Padre Pino Puglisi viveva a Brancaccio, un quartiere che faceva paura. Quando il cardinale Pappalardo dovette sostituire il parroco, nessuno voleva andarci. Padre Puglisi, nato a Brancaccio, chiese di essere mandato lì, convinto di conoscerlo. In realtà il quartiere era profondamente cambiato, segnato da un degrado umano e sociale gravissimo.
Era un uomo innamorato del Signore e, proprio per questo, innamorato delle persone, in particolare dei giovani. Amava la preghiera, l’adorazione, la meditazione, lo studio, la cultura. Palermitano autentico, intelligente e colto, ma di una semplicità disarmante. Era un uomo di relazioni, capace di ascolto e di dialogo, in un tempo in cui le relazioni diventano sempre più fragili.
A Brancaccio trovò un quartiere totalmente in mano alla mafia. Gli adulti spesso non sapevano leggere né scrivere; adolescenti e bambini vivevano per strada. Capì subito che dove manca la cultura cresce la mafia. L’ignoranza favorisce la mafia ed è, a sua volta, alimentata dalla mafia. Meno sai, più sei controllabile. Per questo invitava i giovani a leggere, a informarsi, a sviluppare spirito critico, per non essere schiacciati dal potere di pochi.
Brancaccio era un deserto: mancavano scuole, spazi verdi, servizi, presidi dello Stato. Padre Puglisi chiedeva ciò che spettava a ogni cittadino. Scoprì anche uno scantinato in cui avvenivano attività criminali gravissime: violenze su minori, traffico di droga e armi, combattimenti tra cani. Tutto ciò che viene raccontato nel film La luce del sole è vero. Quando padre Puglisi venne a conoscenza di queste realtà, chiese che quei locali fossero destinati alla parrocchia, sognando una scuola, un luogo educativo, uno spazio di speranza.
Fondò il Centro Padre Nostro, che divenne un punto di riferimento per bambini e adolescenti. Alcuni ragazzi frequentavano corsi serali per conseguire la licenza elementare. L’ignoranza cominciava a diminuire e il centro iniziava a dare frutti. Molti passavano dalla mafia al centro, da una logica di morte a una proposta di vita. Ma la mafia osservava, controllava, reagiva.
Arrivarono intimidazioni: un furgoncino dato in appalto a una ditta onesta fu incendiato; gli venivano rotti gli specchietti dell’auto, tagliate le gomme, recapitati messaggi anonimi. Spesso arrivava al centro con il volto segnato dalle percosse, ma diceva che era solo un problema di salute, per proteggerci e non coinvolgerci. Incassava e andava avanti.
La mafia alzò il tiro. «Questo parrino ci toglie manovalanza», dicevano. Così scelsero una vendetta trasversale: nel giugno del 1993 incendiarono le porte delle case dei collaboratori del centro. Quando padre Puglisi lo seppe, disse con fermezza che dovevano colpire lui, non le famiglie.
La domenica successiva, durante l’omelia, parlò con una forza mai vista. Era visibilmente scosso e gridò: «Siete vigliacchi, vili, perché colpite al buio e alle spalle. Venite alla luce del sole a parlare, se avete il coraggio». Io ero presente e avevo paura. Dopo la messa lo seguii in sacrestia e gli dissi che si stava esponendo troppo. Lui mi rispose: «Cosa possono farmi? Più che uccidermi, non possono fare altro».
Solo più tardi ho compreso fino in fondo il senso di quelle parole. Nessuno poteva uccidere la sua libertà, la sua sete di Vangelo, di giustizia, di legalità, di speranza.
E allora mi rivolgo a voi, insegnanti ed educatori. Da che parte stiamo? Non basta avere un ruolo nella società. Esiste la mafia che uccide apertamente, ma esiste anche una mentalità mafiosa che ci appartiene quando vogliamo dominare, prevalere, sentirci superiori. La vera alternativa è l’umiltà, la capacità di stare all’ultimo posto.
Davanti a noi ci sono tre strade: la striscia bianca del bene, la striscia nera del male e una striscia grigia, la più pericolosa, fatta di indifferenza. Chi vive nella striscia grigia non sceglie, si lascia scegliere. E l’indifferenza ci sta uccidendo.
Oggi assistiamo a una crescente aggressività nei giovani, alle baby gang, a una mafia ormai diffusa ovunque. La domanda educativa è urgente: che cosa facciamo noi per i giovani? Spesso siamo troppo permissivi. Ai figli non manca nulla, ma manca la fermezza. Abbiamo paura di dire no, e così crescono senza spina dorsale.
Essere genitori ed educatori significa assumersi una responsabilità, mantenere una distanza educativa che permetta al messaggio di passare. Non siamo amici dei figli o degli alunni: siamo guide.
Siamo custodi gli uni degli altri. La correzione fraterna, se fatta con verità e carità, è un atto d’amore. Padre Puglisi è morto per una causa: la libertà. Voleva giovani capaci di camminare a testa alta, senza piegarsi a nessun favore mafioso.
La vita è come un grande mosaico: se manca il nostro tassello, l’immagine è incompleta. Che non manchi mai il nostro contributo al bene, all’amore, alla responsabilità. Come diceva l’autore de L’attimo fuggente: «Non vorrei accorgermi, alla fine della vita, di non essere mai vissuto». E come ricordava Baden Powell: «Lasciamo il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato».
Padre Pino Puglisi formava coscienze e amava ripetere: «Se ognuno fa qualcosa, allora avremo fatto molto». Non tutto, ma quel qualcosa che ci appartiene e che siamo chiamati a fare per la crescita nostra, della società e della Chiesa.
Suor Carolina Iavazzo
Intervento del prof. Luca Refrigeri, docente dell’Università degli Studi del Molise. Una riflessione approfondita sul valore educativo della legalità, della cura e dell’impegno civile nella scuola.
Grazie per l’invito e per l’opportunità di intervenire. Quando le presentazioni sono molto generose, il rischio è quello di creare aspettative eccessive; preferisco invece mantenere un profilo basso e lasciare spazio a poche parole, ma pensate.
Ci troviamo di fronte a un evento significativo, perché ascoltiamo il racconto di chi ha vissuto in prima persona un periodo storico complesso. Quando si parla di mafia, posso dire di averne incrociato alcuni aspetti non per ragioni familiari, ma per la mia esperienza professionale: ho lavorato in Sicilia, in diverse comunità alloggio, come educatore, poco dopo gli anni a cui oggi si fa riferimento. Era l’inizio della mia carriera e posso dire di aver iniziato in modo intenso. Le esperienze vissute tra Monreale, Palermo, Caltanissetta e Agrigento mi hanno permesso di comprendere da subito certi meccanismi e le difficoltà profonde legate al vivere in determinati territori.
Di fronte a testimonianze così forti, spesso gli appunti preparati vengono stravolti, perché emergono nuovi spunti. Il primo riguarda il fatto che oggi siamo davanti a una platea di insegnanti: per questo è utile ragionare sul concetto di scuola, al di là delle singole discipline.
I ragazzi hanno ascoltato una storia capace di cambiare, fortunatamente, il destino di molti giovani di un quartiere e, più in generale, di un’intera regione. Il messaggio che ne deriva invita a ripensare la legalità, non come semplice rispetto formale delle regole, ma come qualcosa di più profondo. Per molti ragazzi, infatti, essere “nella legalità” significa non essere scoperti mentre si infrange una norma. Questo è il punto di partenza su cui la scuola deve intervenire.
La scuola, soprattutto dove la presenza genitoriale è fragile o assente, si assume una grande responsabilità. Questo valeva per i quartieri di allora e vale ancora oggi. Vivo a Roma e conosco realtà in cui i ragazzi non frequentano la scuola o vivono quotidianamente situazioni di violenza e illegalità. Per questo, ciò che accadeva negli anni Novanta è ancora drammaticamente attuale.
La scuola diventa così un bene comune, il luogo in cui costruire un principio di legalità condiviso. Non va banalizzato, ma tradotto in pratiche quotidiane. La mancanza di legalità si riflette anche nei piccoli gesti: una strada degradata racconta l’assenza di responsabilità collettiva e la prevalenza dell’individualismo sul senso di comunità.
I messaggi forti funzionano perché lasciano traccia. Oggi lo si è visto chiaramente: dopo una fase iniziale di dispersione, tipica di un grande gruppo di adolescenti, l’attenzione è cresciuta fino a trasformarsi in ascolto autentico. Questo dimostra che non si trattava solo di un racconto, ma di un tema capace di toccarli davvero. Credo che siano usciti un po’ più “educati”, nel senso di orientati e accompagnati.
Abbiamo parlato anche di scuola come spazio da custodire: distruggerla significa danneggiare se stessi. A volte educare significa anche imparare a “non fare”, a rispettare, a prendersi cura. Sono emersi temi come l’inclusione, la lingua come strumento di integrazione e la libertà, che può esistere solo se offriamo ai ragazzi nuove conoscenze e li aiutiamo a pensare, non solo ad accumulare nozioni.
Educare al pensiero critico è oggi un compito complesso. Spesso facciamo fatica a comprendere davvero i ragazzi e il loro mondo. Non è solo una difficoltà generazionale, ma il segnale di un contesto educativo sempre più sfidante. La guida degli adulti diventa quindi essenziale, soprattutto in un’epoca in cui le informazioni sono infinite, ma non sempre comprese.
Si è parlato di distanza educativa, ma forse la parola chiave è fiducia. È il fondamento dell’educazione e allo stesso tempo l’aspetto più difficile da costruire. Molti ragazzi sembrano non avere fiducia in sé stessi, si sentono inadeguati, non visti, non compresi. Anche per questo si assiste a un ricorso crescente alla medicalizzazione e alla psicologizzazione dei disagi.
Il compito della scuola non è solo istruire, ma educare nel senso più profondo del termine: accompagnare, far emergere, guidare. Questo richiede un’assunzione di responsabilità ancora maggiore, che in realtà è già parte del lavoro quotidiano di chi opera nella scuola. Forse è arrivato il momento di rendere più esplicito questo impegno, senza timore.
Anche i documenti scolastici dovrebbero parlare meno un linguaggio tecnico e più educativo, per favorire un vero patto tra scuola e famiglia. Un patto che oggi appare fragile, spesso condizionato da narrazioni mediatiche semplificate e conflittuali. Se vogliamo davvero costruirlo, dobbiamo trovare nuove modalità di dialogo.
La scuola esiste grazie a chi, in alcuni contesti, ha sacrificato la propria vita per renderla possibile. È un presidio fondamentale del territorio, al pari di altri luoghi educativi, perché dove mancano riferimenti familiari solidi, è lì che si costruisce il futuro delle nuove generazioni.
Educare alla legalità significa costruire cittadinanza attiva. Non si tratta di valutare la memoria di una data, ma di aiutare un ragazzo a riflettere, ad esempio, sull’opportunità di condividere un video che umilia un altro. È questo il cuore dell’educazione oggi.
I ragazzi hanno accesso a una quantità infinita di informazioni. Il vero problema non è cosa vedono, ma come lo interpretano e che tipo di pensiero costruiscono. In questo senso, il ruolo della scuola è decisivo: insegnare a leggere il mondo, non solo a conoscerlo.
Prof. Luca Refrigeri, Docente dell’Università degli Studi del Molise
Intervento conclusivo S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
Chi ricopre un ruolo educativo o istituzionale, talvolta, è chiamato anche a provocare, a scuotere le coscienze. Ed è con questa intenzione che desidero attirare l’attenzione su ciò che segue.
Quando celebriamo o facciamo memoria di alcune figure significative, accogliamo con grande partecipazione ciò che ci viene trasmesso. Lo viviamo in modo intenso, sul piano emotivo ed emozionale. Tuttavia, la domanda decisiva resta: quale fecondità producono davvero questi momenti nella nostra vita?
Abbiamo riflettuto sulla figura di padre Pino Puglisi: sacerdote, uomo di fede – qualità tutt’altro che scontata – che ha donato la propria vita nel contesto in cui è stato chiamato a servire, quello della formazione e dell’educazione dei giovani. Ha compreso che il cambiamento era necessario e che doveva partire da sé stesso, dalla propria testimonianza. Per questo è diventato martire e beato. Ma cosa resta oggi a noi di questa esperienza?
Ci troviamo in un contesto scolastico, che giustamente è laico e va rispettato. Allo stesso tempo, l’arcidiocesi, insieme agli insegnanti di religione, ha voluto promuovere questa riflessione, prima in ambito universitario e poi nella realtà locale. Nel rispetto della scuola, mi permetto allora di interrogarmi: di quale formazione e di quale educazione stiamo parlando?
La scuola forma, educa, non si limita a informare. Ma a quali fini educa? Quali principi guida propone? Verso quale orizzonte intende accompagnare bambini, ragazzi e giovani? Sono domande che la scuola non può eludere. E come vescovo mi chiedo se abbia ancora senso parlare di una “scuola del Vangelo”, di una scuola che guarda a Gesù Cristo e a coloro che, con la loro vita, sono stati modelli educativi autentici.
Questo passaggio può avvenire solo attraverso il dialogo tra la Conferenza Episcopale e il mondo della scuola, ma soprattutto attraverso la testimonianza concreta delle persone. Padre Puglisi non è un eroe irraggiungibile: è un uomo che ha vissuto con coerenza il Vangelo. Proprio per questo oggi è segno e modello per il nostro quotidiano.
Se la memoria si esaurisce nella celebrazione, per quanto bella e significativa, ma non cambia il nostro modo di vivere, allora resta sterile. Se nella scuola continuiamo a tollerare il bullismo, a ignorare le esclusioni, a trasmettere l’idea che solo chi arriva primo ha valore, allora non siamo realmente educativi. La legalità non si afferma solo ascoltando testimonianze, ma incidendo con esse nella vita concreta, nostra e di chi ci è affidato.
Ogni educatore dovrebbe chiedersi: di cosa sono formatore? A quale fine educo? Verso dove accompagno i giovani che mi sono affidati?
Esiste una responsabilità profonda, soprattutto quando si lavora con i minori: una responsabilità che, per i cristiani, è anche davanti a Dio. Questo vale in modo particolare per gli insegnanti di religione cattolica, chiamati a una riflessione seria e condivisa con tutto il mondo scolastico.
La classe è il luogo in cui si apprendono le prime dinamiche sociali: inclusione ed esclusione, confronto, relazioni di forza. È lì che si può testimoniare il Vangelo, non solo con le parole, ma con la vita. Quando non è possibile in modo diretto, lo si fa indirettamente, attraverso la coerenza personale.
Ciò che rimane di padre Puglisi non è un ricordo del passato, ma una vita ancora feconda oggi. Se resta solo una bella storia, diventa un mito lontano. Noi, invece, non abbiamo bisogno di eroi, ma di modelli concreti di vita cristiana.
Lo stesso vale per figure come don Peppe Diana, vissute nella normalità quotidiana, nella semplicità delle relazioni, nella capacità di fare il bene possibile, lì dove si è. È questo il bene che anche noi siamo chiamati a fare, senza sottrarci al nostro impegno.
Allora la domanda finale è inevitabile: alla scuola del Vangelo, come l’ha vissuta padre Puglisi, abbiamo ancora qualcosa da imparare? Siamo disposti a lasciarci educare dai santi, dai martiri, dai beati, non solo nel ricordo, ma nei nostri atteggiamenti quotidiani?
Perché se nulla cambia, la mafia continua ad esistere. Essa teme le persone coerenti, quelle che credono davvero. Con l’uccisione di padre Puglisi, la mafia ha perso: il seme caduto in terra ha prodotto molto frutto.
Per questo ringraziamo don Pino Puglisi: la sua vita continua a fecondare il nostro tempo. Ora ha raggiunto anche noi. Che possa portare frutto abbondante nella nostra esistenza e nella testimonianza concreta di legalità, fraternità e vita autentica.
+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni
