Il Giubileo delle Famiglie è un tempo speciale di grazia e rinnovamento. In un periodo storico segnato da sfide sociali, incertezze e fatiche quotidiane, il Giubileo rappresenta un invito forte e profondo a riscoprire il valore della famiglia come luogo privilegiato di amore, di fede e di speranza.
È un’occasione per fermarsi, ascoltarsi, pregare insieme e riflettere sul cammino comune, nella consapevolezza che ogni famiglia è parte viva del tessuto della Chiesa e della società.

Tra gli appuntamenti significativi in preparazione al Giubileo delle Famiglie che si terrà lunedì 2 giugno 2025, promosso dall’Arcidiocesi di Campobasso – Bojano e dall’Ufficio diocesano di Pastorale familiare, segnaliamo l’incontro con la biblista Laura Paladino, previsto per sabato 10 maggio, alle ore 18.00 presso la Sala Celestino V di Campobasso.

Il tema che verrà approfondito – “Famiglie nella Bibbia: il filo rosso della speranza” – ci porterà dentro le Scritture per scoprire come la speranza abbia sempre attraversato le vicende familiari narrate nella Parola di Dio. Famiglie ferite, in cammino, in lotta, ma mai abbandonate. Famiglie imperfette, eppure amate, chiamate alla fedeltà e alla rinascita.

L’incontro con la prof.ssa Paladino rappresenta un appuntamento formativo e spirituale particolarmente importante. Speranza non è solo un sentimento positivo, ma una virtù teologale che nasce dalla fiducia in Dio, si alimenta nella preghiera e si costruisce nella vita quotidiana. La Bibbia ci offre numerose storie di padri e madri, figli e fratelli, che vivono tensioni e riconciliazioni, fatiche e redenzioni. In queste storie, ogni famiglia di oggi può ritrovare un riflesso del proprio vissuto e una luce per orientarsi.

Il Giubileo delle Famiglie ci richiama all’essenziale: alla bellezza dell’amore coniugale, alla responsabilità educativa, al dono dei figli, all’importanza del dialogo, del perdono e dell’ascolto. Ci ricorda che la famiglia è il primo luogo in cui si impara ad amare e a essere amati, a credere e a testimoniare.

Tutte le famiglie sono invitate a partecipare: l’incontro è aperto a coppie, genitori, nonni, giovani e chiunque desideri nutrire la propria fede familiare attraverso la Parola.

Vi aspettiamo con cuore aperto e spirito di comunione, per vivere insieme un passo importante del nostro Giubileo.

SCARICA LA  LOCANDINA DELL’EVENTO

GIUBILEO DELLE FAMIGLIE 2025 – UN CAMMINO DI SPERANZA
 Relazione della biblista Prof.ssa Laura Paladino
“Famiglie nella Bibbia: il filo rosso della speranza”

 

Sono davvero felice di essere qui oggi. Ringrazio per l’invito, in particolare il Vescovo, Lucia e tutta l’equipe di pastorale familiare.

Questo Giubileo ci invita a riflettere su un tema speciale: la famiglia e la coppia. Stiamo vivendo un periodo straordinario nella storia della Chiesa universale, e questo è qualcosa da non dimenticare: anche attraverso i tempi che ci dona, il Signore continua a parlarci.

Proprio due giorni fa abbiamo visto il volto del nuovo Papa. Nel suo primo saluto rivolto alla diocesi di Roma – la sua prima Chiesa, secondo la tradizione – ci ha consegnato tre parole fondamentali: pace, vittoria del bene e fiducia.

Ha parlato della pace come dono del Risorto. È il saluto di Gesù ai discepoli dopo la resurrezione: una pace che non impone, ma che conquista con amore. Ha ribadito che il male non avrà l’ultima parola: per quanto possa sembrare forte o assordante, Cristo lo ha già vinto.

E poi ci ha esortati ad andare avanti senza paura. Il cristiano, consapevole della vittoria di Cristo, attraversa anche le notti più buie con una luce in mano: è la speranza, la luce del Risorto.

In quel discorso, il Papa ha detto un’altra cosa fondamentale: “Dio vi ama tutti.” Questo è il cuore della carità. Il motto che ha scelto – In illo uno unum (“Nell’unico Cristo siamo uno”) – richiama l’unità nell’amore, che è ciò che ci unisce davvero.

Fede, speranza e carità: le tre virtù teologali che ritornano anche nel nome scelto dal nuovo Pontefice. Un nome che evoca figure di papi che hanno saputo unire la forza della fede alla sensibilità per le questioni sociali. C’è anche un richiamo a San Francesco, attraverso Leone, il suo primo compagno.

Toccante è stato anche il momento della preghiera dell’Ave Maria, segno prezioso, soprattutto considerando che l’elezione è avvenuta l’8 maggio, giorno dedicato alla Madonna del Rosario. Piccoli segni che ci dicono che Dio continua a parlare.

Siamo all’inizio di un nuovo tempo per la Chiesa. Un tempo che ci chiede di fare memoria dell’eredità che ci ha lasciato Papa Francesco, soprattutto con questo Giubileo. È stato lui a indicare il tema e a guidare il cammino che ci ha preparati.

Il Giubileo del 2025 è stato anticipato da un triennio di preparazione spirituale.

Nel 2022, in una lettera dedicata alla Madonna di Lourdes, Papa Francesco ricordava che il cristiano non vive fuori dal mondo, ma attraversa la storia con tutti, condividendone il peso. La speranza è ciò che lo distingue.

Nel 2023 abbiamo ripreso in mano il Concilio Vaticano II, che ha rimesso al centro la Chiesa come popolo di Dio e la bellezza delle vocazioni.

Il 2024, invece, è l’anno della preghiera. Il Papa ci invita a riscoprirla in tre modi: riconoscendo la presenza del Signore, ringraziandolo e chiedendo il pane per tutti. Non è solo questione di domandare, ma di entrare in un dialogo intimo, quotidiano. E in questo, la famiglia diventa immagine concreta della relazione con Dio.

Ora ci prepariamo ad accogliere il Giubileo con la Bolla Spes non confundit“La speranza non delude”. Siamo tutti peregrinantes in spem, cioè pellegrini in cammino verso la speranza. Cristo risorto è la nostra meta.

La speranza cristiana non è una vaga aspettativa, ma una certezza. Non è un “speriamo bene”, ma un’attesa fondata. Come si dice in spagnolo: esperar significa anche attendere. Noi “aspettiamo la resurrezione dei morti”, come diciamo nel Credo.

Vivere oggi con gli occhi puntati su ciò che ci attende: questa è la speranza cristiana. Per questo siamo chiamati a portare la luce dove manca, a riaccendere ciò che si è spento. Non perdiamo mai la fiducia: Dio è con noi, sempre.

 

SEGNI DI SPERANZA: DALLA PAROLA DI DIO ALLA VITA FAMILIARE

Il Papa ci ha indicato alcuni segni concreti di speranza, punti di partenza per riflettere più a fondo sulla famiglia.

Il primo segno è la pace.

La pace è una manifestazione reale della speranza. Qualcuno potrebbe obiettare: “Cosa posso fare io per la pace, di fronte a tragedie come quelle a Gaza?” Eppure la pace comincia proprio dalle nostre case. Si costruisce evitando tensioni, parole che feriscono, reazioni che accendono conflitti.
Pace significa scegliere, ogni giorno, di aprire le braccia come Cristo sulla croce: in accoglienza, non in difesa.

In famiglia, anche quando ci sono incomprensioni o difficoltà, possiamo decidere di essere operatori di pace. E questa è una beatitudine: “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Perché proprio nella pace si rende visibile Dio, che è amore.

Il secondo segno è la fiducia nella vita umana.

La speranza cristiana è incarnata. Gesù stesso, speranza del mondo, ha assunto la nostra carne. Per questo la vita, soprattutto quella che nasce, è un segno potentissimo di speranza.

Nella Bibbia, i figli sono sempre il segno che Dio mantiene la sua promessa. Basti pensare a Isacco, il figlio della promessa: nato da due genitori anziani, quando ogni possibilità umana sembrava svanita.
All’inizio, in Genesi 11, si racconta la sterilità di Sarai. E proprio lì, nel luogo della mancanza, Dio sceglie di far nascere una storia nuova. Chiama Abramo e gli dice: “Và, senza sapere dove.” Anche a Pietro, Gesù dirà: “Seguimi.”

La speranza non è sapere tutto, ma fidarsi e camminare. Abramo risponde con l’obbedienza del cuore, costruisce un altare e parte.

Con lui viaggia una famiglia patriarcale: Sarai, suo padre Terach, suo nipote Lot. Insieme, portano con sé una promessa, pur tra fatiche e fragilità. Non erano una famiglia perfetta – e la Bibbia non ne racconta mai una. Ma Dio era con loro.

Adamo ed Eva, i primi sposi, peccano, si feriscono, si accusano, ma restano uniti. Dopo Caino e Abele nasce Set, da cui discende Abramo. Anche nelle storie segnate dal peccato, Dio non ritira mai la sua promessa.
Nella Bibbia, la donna è spesso segno della bellezza sponsale: Sarai, Rebecca, Rachele… tutte raccontano il legame tra Dio e il suo popolo. E in Egitto, quando il Faraone prende Sarai come moglie, Dio interviene: protegge l’unione sponsale, perché è sacra ai suoi occhi.

Abramo affronta anche un conflitto con Lot. I pastori litigano, ma Abramo dice: “Scegli tu dove andare, l’importante è che non ci sia discordia tra noi.” Ancora una volta, sceglie la pace. Lot va verso Sodoma, ma Abramo resta fedele. Anche nella prova, sceglie di preservare il legame.

Le famiglie bibliche ci mostrano la verità dell’esperienza: litigi, tradimenti, dolore. Ma Dio è sempre lì, a custodire il legame. Il sogno di Dio per l’uomo e la donna non è un’unione perfetta, ma un’unione salvata, che il male non riesce a distruggere.

Ruth, proveniente da Moab – terra considerata impura – diventa la nonna di Davide, e da lui discende Gesù. Anche dove c’è una storia ferita, Dio fa nascere una storia di salvezza.

Dopo la prova della sponsalità e della fraternità, Abramo incontra Melchisedek, re di Salem. Il suo nome significa “giustizia” e “pace”. Porta pane e vino, e benedice Abramo. È una figura misteriosa, che anticipa Cristo. Il pane e il vino saranno il segno del nuovo sacrificio, eterno.

Poi, in Genesi 15, arriva la seconda benedizione: una discendenza promessa. Ma il tempo si allunga, e Abramo attende. Nella Bibbia, il tempo non è un vuoto, ma un’opportunità: Dio agisce nel tempo.
Quando sigilla l’alleanza, è Dio a passare tra gli animali sacrificati. È un’alleanza gratuita: è Dio che la garantisce, non l’uomo. La speranza cristiana nasce qui: non nella nostra forza, ma nella fedeltà di Dio.

Abramo, per cercare un figlio, accetta il consiglio di Sarai e ha Ismaele con Agar, la schiava. Ma questo scatena conflitti. Anche se non è un figlio nato dall’amore sponsale, Dio non lo abbandona. Ismaele è anch’egli benedetto, perché ogni vita è preziosa agli occhi di Dio.

Alla fine, Abramo sarà sepolto da entrambi i suoi figli, Isacco e Ismaele, insieme.

In Genesi 17, Dio cambia i nomi: Abram diventa Abramo, Sarai diventa Sara. Il nome è identità nuova. Il matrimonio diventa così una missione condivisa.

Poi arriva il figlio della promessa, Isacco. Il suo nome significa “Dio ride”, perché Sara ride all’annuncio. Ma quel riso incredulo diventa gioia piena. Ogni figlio è segno della speranza: è immagine viva del Cristo che viene nel mondo.

La prova più grande è quella del sacrificio. In Genesi 22, Dio chiede ad Abramo di offrire Isacco. Il padre obbedisce. Isacco porta sulle spalle la legna, come Gesù porterà la croce. Ma Dio ferma la mano di Abramo. Il figlio è salvato: immagine della risurrezione.

Quella famiglia ha attraversato tutte le relazioni: marito e moglie, padre e figlio, fratelli. Ha conosciuto il dolore e la grazia. Ogni stagione – giovinezza, vecchiaia, vedovanza – è abitata da Dio. La chiave è l’obbedienza, cioè la disponibilità ad ascoltare Dio e fidarsi.

Isacco riceve Rebecca, e la accoglie con semplicità. Vive come un figlio: non deve guadagnarsi nulla, perché è già amato. È questo il cuore della speranza: vivere come figli, senza paura.

Anche Rebecca era sterile, ma Dio la benedice con Esaù e Giacobbe, che iniziano a lottare già nel grembo. Giacobbe desidera la benedizione, e la ottiene, pur tra errori. Fugge, ma poi ritrova Esaù. Si riconciliano. Anche i conflitti più duri, nella famiglia, si superano con fede, pazienza e la grazia di Dio.

Giacobbe ha dodici figli e una figlia, Dina. Anche lei fa parte della storia. Le tribù scendono in Egitto, e da lì la storia della salvezza continua, di generazione in generazione.

La Bibbia rovescia spesso l’ordine umano: non Caino, ma Abele. Non Ismaele, ma Isacco. Non Esaù, ma Giacobbe. Non Ruben, ma Giuda. Non conta il merito, ma la scelta di Dio.

San Paolo dirà che non c’è più differenza tra giudeo e greco, tra uomo e donna. Tutti siamo figli in Cristo. E tutto comincia con una genealogia, nel Vangelo di Matteo.

Tre tappe: da Abramo a Davide, da Davide all’esilio, dall’esilio a Cristo. La famiglia è il luogo dove la salvezza prende carne.

Per suo Figlio, Dio ha scelto una famiglia, non un trono. Ha scelto Giuseppe, uomo giusto, che non obbedisce alla legge, ma alla fede.

Quando Dio gli parla nel cuore, lui ascolta e agisce. È la giustizia della coscienza, dove Dio abita. Anche noi siamo chiamati ad ascoltare Dio dentro di noi.

In questa famiglia – Maria, Giuseppe, Gesù – Dio ha fatto abitare la speranza. Oggi tocca a noi: le famiglie cristiane sono chiamate a custodire questo tesoro e a portarlo nel mondo.

Vivere secondo Dio significa portare luce, in un mondo che ha fame di speranza.

 

LA FAMIGLIA, SPAZIO DOVE DIO ABITA

Giuseppe, che non pronuncia parole nei Vangeli, agisce ogni volta che Dio gli parla. È custode del silenzio, ma anche dell’obbedienza.

Il suo discernimento non è fondato sulla legge esterna, ma sull’ascolto interiore. È giusto non perché applica delle norme, ma perché crede e si fida di Dio.

È questo il tipo di giustizia che San Paolo descrive nella Lettera ai Romani: non la giustizia che nasce dalla legge, ma quella che scaturisce dalla fede.

Giuseppe è il prototipo di ogni padre che ascolta e custodisce. Quando Dio gli dice: “Non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, egli non dubita.

Affronta dubbi, paure, difficoltà concrete, ma lascia spazio all’iniziativa divina.

Questo ci dice qualcosa di prezioso sulla famiglia: essa non è il risultato di equilibri perfetti, ma di cuori che ascoltano e si fidano. È una realtà fragile, ma abitata da Dio.

Allo stesso modo, anche oggi siamo chiamati, nelle nostre famiglie, a vivere la giustizia della fede: non quella della perfezione, ma quella del cammino.

Ogni famiglia cristiana diventa così uno spazio dove Dio può abitare, come ha abitato nella casa di Nazaret.
Il cuore della speranza cristiana è sapere che non siamo soli, che Dio cammina con noi – e che lo fa dentro la nostra vita concreta, familiare, quotidiana.

Non è un ideale astratto, ma una via possibile: portare avanti l’amore nel tempo, nelle fragilità, nelle riconciliazioni, nella generazione della vita, nella custodia reciproca.

Dio non ci chiede di essere eroi, ma fedeli. Non ci chiede di non cadere, ma di rialzarci insieme.
È in questo orizzonte che il Papa ci invita a custodire la speranza come un tesoro prezioso, trasmettendola con la vita, con il nostro esempio.

Il Giubileo che ci attende è un tempo per ritornare a ciò che conta: la fede che illumina il presente, la carità che ci fa uno, e la speranza che non delude.

Il motto della bolla di indizione è chiaro: Spes non confundit. È la speranza cristiana, solida come una roccia, radicata nella risurrezione.

Non viviamo “per” speranza, ma “nella” speranza. Camminiamo verso una pienezza che ci è già stata donata, ma che attende di essere rivelata.

Come pellegrini nella speranza, siamo chiamati a riaccendere candele spente, a portare luce dove il buio avanza.

Il cristiano non è mai solo: cammina nella notte con la candela accesa, perché la luce del Risorto guida i suoi passi.

E allora, la famiglia – ogni famiglia – può diventare luogo di risurrezione, anche tra le fatiche.
Ogni amore che resiste, ogni perdono concesso, ogni figlio accolto, ogni anziano custodito è un segno vivo che Dio è presente e che la vita è più forte del male.

La speranza cristiana è questa: la certezza che la vita non è tolta, ma trasformata.
Viviamola così, nelle nostre famiglie, con fiducia, con tenacia, con la gioia che nasce dal sapere che Dio vi ama tutti, come ha detto il Papa.

E che questo amore può davvero cambiare ogni storia.