Il 25 gennaio 2026 la Festa della Conversione di San Paolo celebrata con una giornata intensa di fede, tradizione e partecipazione della comunità parrocchiale, culminata nella Santa Messa presso la chiesa dei Santi Bartolomeo e Paolo di Campobasso.

La celebrazione è stata arricchita dall’accensione del tradizionale fuoco sacro, dalla Santa Messa presieduta dall’Arcivescovo, S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni, e da un successivo momento conviviale vissuto nel solco della tradizione comunitaria.

Protagonisti della giornata sono stati anche gli scout, riuniti per onorare San Paolo, patrono del gruppo Clanfuoco, composto da ragazzi tra i 16 e i 18 anni. Nel corso della mattinata è stata proposta un’attività educativa basata sul gioco: una caccia al tesoro che ha permesso di ripercorrere il cammino di conversione di Saulo, dalla chiamata iniziale all’incontro con Anania, fino alla sua trasformazione in Paolo.

Il fuoco, realizzato come ogni anno dalla parrocchia di San Paolo, ha rinnovato una tradizione antica e consolidata. Attorno ad esso sono risuonate parole che hanno richiamato i temi del cammino, del servizio e del coraggio, invitando tutti a essere protagonisti del proprio tempo e ad affrontare il futuro con fiducia lungo le strade della vita.

L’esperienza si è conclusa con la celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, condivisa con l’assistente scout. Al termine, i partecipanti hanno affidato al fuoco un segno concreto: un legnetto con una preghiera personale, simbolicamente offerto alla fiamma per essere elevato verso il Signore.

La festa di San Paolo si è così confermata come un’autentica esperienza di fede, comunità e speranza, un fuoco che ha continuato ad ardere grazie alla preghiera, all’impegno dei giovani e alla certezza che il Signore continua a compiere meraviglie sempre.

 

Omelia di S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni in occasione della Festa della Conversione di San Paolo25 gennaio 2026, Chiesa dei Santi Bartolomeo e Paolo a Campobasso.

ASCOLTARE LA PAROLA, CONVERTIRSI E SEGUIRE IL SIGNORE

Oggi celebriamo la Domenica della Parola. In realtà, ogni domenica è il giorno della Parola, e ogni giorno è il tempo nel quale confrontarsi con la Scrittura e con ciò che il Signore ci dice. Oggi, in modo particolare, ricorre il settimo anno da quando Papa Francesco ha voluto che ci fosse questa attenzione speciale: un invito ad ascoltare la Parola del Signore in modo costante. Noi dobbiamo imparare ad ascoltare la Parola di Dio, che sempre ci è rivolta.

A voi ragazzi lo dico spesso, e forse ve lo ricorderete: sul cellulare avete tantissime app. Avete anche l’app della Bibbia? No? Allora scaricatela. Non occupa molto spazio e non manda in tilt la memoria del telefono. Tenerla significa che può nascere la tentazione di aprirla e leggere un brano della Scrittura. Ed è una buona tentazione, perché il nostro riferimento alla Parola dovrebbe essere costante: per vedere, per dire, per capire.

Ma Gesù che cosa vuole? Che cosa ci insegna? Ciò che guida la nostra vita cristiana non è il nostro pensiero, né quello del vescovo o di don Franco, ma il pensiero, la Parola di Dio. Noi la traduciamo e proviamo a renderla più fruibile, ma ognuno può leggerla, perché il linguaggio della Scrittura è abbastanza chiaro. L’Antico Testamento può risultare più complesso, e un biblista può aiutare a comprenderlo; ma il Nuovo Testamento è fatto di parole che Gesù rivolgeva a pastori e contadini. E allora, noi che siamo tutti istruiti, davvero non possiamo comprendere la Parola di Dio? Prendete l’abitudine, ogni tanto, di aprirla e leggerla. Non resistete a questa tentazione: è una tentazione buona.

Il contesto della Scrittura che ascoltiamo oggi è chiaro. Nella prima lettura il popolo di Israele è sottomesso agli Assiri: è un popolo dominato, che ha perso la speranza, si sente affranto e abbattuto. Ma arriva una buona parola attraverso il profeta Isaia, che annuncia ciò che Dio farà.

Poi c’è san Paolo, vostro patrono, che ricordiamo sempre come apostolo delle genti. Ma prima di essere apostolo, Paolo era una persona dura, caparbia. Era contro i cristiani e li perseguitava, non perché non credesse, ma perché aveva un suo modo di pensare e di vedere, nel quale Dio non rientrava così come si manifestava attraverso Gesù, il Messia dato agli uomini. Paolo aveva la sua idea di Dio, della legge, di cosa significasse essere un vero israelita. Tutto ciò che era nuovo gli sembrava da eliminare, e per questo perseguitava i cristiani.

Il primo contesto, quindi, è quello di un popolo che subisce; Paolo rappresenta invece colui che non accoglie il Signore.

Il tempo che viviamo oggi è diverso, ma non troppo. In molte parti del mondo ci sono ancora cristiani perseguitati, ma se ne parla poco, perché non fa notizia. Non fa notizia il cristiano perseguitato, non fanno notizia i popoli che subiscono. Le notizie oggi sono di altro tipo e occupano le nostre emozioni e i nostri pensieri. E Paolo è anche colui che aveva un suo modo di vedere: «Io la penso così». Quanti ragionano allo stesso modo oggi? «Gesù Cristo non serve: non serve per trovare lavoro, non serve per fare soldi, non serve per primeggiare». Anzi, Gesù insegna il contrario. Per questo l’idea di Gesù che lui propone appare fuori luogo, fuori tempo.

Voi ragazzi lo sapete: quando vi presentate ai vostri amici, non nel contesto scout dove è più facile, ma nella vita quotidiana, per testimoniare misericordia, perdono, bontà, disponibilità, vi sentite dire: «Ma chi te lo fa fare?». E se non rispondete con violenza, vi dicono che siete deboli. Questo è il contesto che tutti, in un modo o nell’altro, viviamo, a volte anche dentro una religione chiusa invece che aperta. E invece noi dobbiamo aprirci a ciò che il Signore chiede.

Il Signore dice al popolo di Israele con chiarezza: «Non vi preoccupate, perché le tenebre che vivete io le disperderò. Sarete liberati dall’oppressione, sarete nutriti, sperimenterete la gioia e la luce».
Il Signore assicura libertà, nutrimento, gioia e luce per capire come vivere e come camminare.

San Paolo compie un cammino non semplice, che è quello che dovremmo fare tutti. Il Signore si manifesta a lui, cade da cavallo, Dio interviene nella sua vita come era intervenuto nella storia di Israele. Paolo resta cieco per tre giorni, perché il Signore gli fa capire che non vedeva: non vedeva con il cuore, non riconosceva la presenza di Dio, era cieco nello Spirito.

E quante volte anche noi siamo ciechi? Non riusciamo a distinguere il bene dal male, non vediamo i talenti e le capacità degli altri, ciò che di buono possono fare. Abbiamo spesso una visione individualista e chiusa. Allora il Signore fa riflettere Paolo, lo aiuta ad aprire gli occhi e il cuore, anche attraverso altri, come Anania, che gli permette di vedere e capire cosa Dio gli chiede. Paolo si converte.

Il suo coraggio è stato quello di rimettersi in gioco, azzerarsi, ripartire da zero e dire: «Io seguo Gesù Cristo». Così diventa apostolo delle genti. Non è un caso che il Vangelo parli della Galilea, una terra di passaggio, piena di commercio e di movimento, abitata in gran parte da pagani. È lì che Gesù inizia a predicare, in mezzo a chi non crede.

Anche noi abbiamo bisogno di conversione. «Chi di voi è santo?» Nessuno. Abbiamo bisogno di rinnovarci continuamente con la grazia di Dio, con lo Spirito Santo, con la Parola che ci orienta.

Paolo accoglie l’invito del Signore: «Seguimi». Lo segue nonostante le difficoltà. Anche il Vangelo ci ricorda che Gesù non costruisce il Regno da solo: «Io non faccio le cose da solo, le voglio fare insieme». Chiama due coppie di fratelli per dire comunione, familiarità, sostegno reciproco, e dice loro: «Seguitemi». Subito lo seguirono.

Il popolo sperimenta la luce, Paolo si converte e segue il Signore, Gesù rende tutto chiaro. E oggi i pescatori di uomini dobbiamo essere noi. A noi Gesù dice ancora: «Seguimi». E noi dobbiamo rispondere se siamo disponibili a seguirlo davvero, con la vita e con la testimonianza, per portare nel mondo la presenza di Dio, insieme.

Paolo scrive anche alla comunità di Corinto, divisa, come spesso lo sono le parrocchie, le famiglie, i luoghi di lavoro. Ricorda che non si può dividere Cristo: siamo un solo corpo, con Cristo come capo. Lo dividiamo quando ci contrapponiamo, quando siamo violenti, quando affermiamo solo noi stessi.

Siamo chiamati, come Paolo, ad annunciare il Signore nell’unità, convertendoci e desiderando profondamente di seguirlo. Essere cristiani non significa ricevere applausi. Il mondo spesso dice: «Non serve, Dio non c’è». E noi dobbiamo avere il coraggio di dire: «Io seguo Gesù Cristo, perché sono battezzato, perché ascolto la sua Parola che guida la mia vita».

I tre giorni di cecità di Paolo sono giorni di riflessione. Oggi celebriamo la sua conversione: che cosa significa per me? Come posso imitarlo? Come può essere esempio nella mia vita?

Questa sera, per voi come comunità, è un momento importante: due capi faranno la promessa. La promessa non è qualcosa che si cambia il giorno dopo. Si è scout per sempre. Essere scout significa aderire al Signore e a uno stile di vita che educa al servizio, alla fraternità, all’impegno.

Seguire il Signore significa diventare pescatori di uomini: strappare le persone al male e accompagnarle nel Regno che Dio costruisce in mezzo a noi, fatto di pace, amore, perdono, fraternità e grazia.

Tutti siamo chiamati a fare questa scelta: seguire o non seguire il Signore. San Paolo ci indica la strada della conversione come sequela vera. Affidiamoci allora all’intercessione di San Paolo, perché possiamo essere capaci di seguire il Signore.

25 gennaio 2026

+ S. Ecc. Mons. Biagio Colaianni