IL DECALOGO DELLA FRATERNITA’

incontro con le suore, 18 ottobre 2020

ALLA LUCE DELL’ENCICLICA “FRATELLI TUTTI”.

E’ un grande dono aver avuto questa Enciclica “Fratelli tutti”, firmata sull’altare di san Francesco in Assisi, sabato 3 ottobre. E’ come dir e grazie degli insegnamenti che san Francesco ci ha lasciato nel dichiarare beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui».2. La vita religiosa della nostra diocesi, oggi, in questo ritiro, intende confrontarsi con questo messaggio, per poter “sognare insieme un DECALOGO di fraternità, proprio alla luce dell’enciclica”, ricuperando gli otto capitoli del testo: : “Le ombre di un mondo chiuso; un estraneo sulla strada; pensare e generare un mondo aperto; la migliore politica; dialogo e amicizia sociale; percorsi di un nuovo incontro; le religioni al servizio della fraternità nel mondo!”. Significativi poi i riferimenti storici nel testo. Inizia con la figura di san Francesco, che offre il titolo ben scelto, sostiene nelle argomentazioni, accompagna tutto il tragitto. Ma poi, si conclude con lo sguardo al beato Charles de Foucauld, visto come “fratello universale”, il quale, solo identificandosi con gli ultimi, arrivò ad essere fratello universale”!. (287)

PRIMO PASSO: SOGNARE INSIEME. Scrive infatti il papa al numero 8: “Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: «Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! […] Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme».6 Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!

SECONDO PASSO: PORRE ATTENZIONE AGLI OSTACOLI. E’ la severa analisi sulla nostra società, avvolta da un mondo chiuso, fatto di ombre, perché tanti sono i “Sogni” che in questi decenni del nostro secolo si sono frantumati e non si sono realizzati (10). Sogni che ora hanno lasciato sul terreno i cocci di tante speranze svanite: nazionalismi, una globalizzazione che ci rende più vicini ma non fratelli, la fatica nei giovani ad amare la storia, preferendo l’immediato, la durezza del presente nella crisi vocazionale, la diversità delle generazioni. Ed un giovane che ignora la storia è facilmente addomesticabile, perché i potenti ci vogliono schiavi, vuoti, sradicati e diffidenti, per fidarci solo di chi comanda (13). Così funzionano le ideologie, che hanno bisogno di giovani, che disprezzano la storia.

Significativo il monito lanciato per non costruire i muri, reciproci: Anche oggi, dietro le mura dell’antica città c’è l’abisso, il territorio dell’ignoto, il deserto. Ciò che proviene di là non è affidabile, perché non è conosciuto, non è familiare, non appartiene al villaggio. È il territorio di ciò che è “barbaro”, da cui bisogna difendersi ad ogni costo. Di conseguenza si creano nuove barriere di autodifesa, così che non esiste più il mondo ed esiste unicamente il “mio” mondo, fino al punto che molti non vengono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano semplicemente “quelli”. Riappare «la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità»

Decisiva è la riflessione sulla pandemia, che si ha costretti a ripensare il fatto che siamo tutti sulla stessa barca: Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

 
   

 

TERZO PASSO: IL CUORE COMPASSIONEVOLE  DEL BUON SAMARITANO. Non basta stare in una comunità o in una famiglia. Anche Caino ed Abele lo erano. Ma Caino, dopo aver ucciso il fratello, gridava la sfida: “Sono forse io il custode di mio fratello!”. Occorre perciò una cultura diversa che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri.

Come nelle altre encicliche, infatti, il papa ci pone sempre a confronto con la Parola di Dio. Ed il brano da lui scelto è quello del Buon Samaritano, meditato nel secondo capitolo. Attualissimo. E poi, ancor più vivo, se letto con gli occhi di papa Bergoglio, con la sua sofferenza in Argentina e alla luce di altre riflessioni spirituali.  E’ una  parte che subito fa sfociare al nostro cuore la domanda: io da che parte sto? Con chi mi identifico?Una comunità religiosa femminile o maschile con chi si configura? Con i briganti? Con i  passanti? Con il samaritano? (69)

 

La risposta non è mai scontata perché il papa precisa che ci sono tanti modi di passare a distanza (73), complementari tra loro: il ripiegarsi su di sé, il disprezzo dei poveri e della loro cultura, l’indifferenza religiosa del sacerdote e levita. Sono uomini religiosi, come nei nostri ambienti ecclesiastici. Non lontani dai nostri comportamenti. E’ perciò utilissimo leggere queste provocazioni: “C’era un uomo ferito sulla strada. I personaggi che passavano accanto a lui non si concentravano sulla chiamata interiore a farsi vicini, ma sulla loro funzione, sulla posizione sociale che occupavano, su una professione di prestigio nella società. Si sentivano importanti per la società di quel tempo e ciò che premeva loro era il ruolo che dovevano svolgere. L’uomo ferito e abbandonato lungo la strada era un disturbo per questo progetto, un’interruzione, e da parte sua era uno che non rivestiva alcuna funzione. Era un “nessuno”, non apparteneva a un gruppo degno di considerazione, non aveva alcun ruolo nella costruzione della storia. Nel frattempo, il samaritano generoso resisteva a queste classificazioni chiuse, anche se lui stesso restava fuori da tutte queste categorie ed era semplicemente un estraneo senza un proprio posto nella società. Così, libero da ogni titolo e struttura, è stato capace di interrompere il suo viaggio, di cambiare i suoi programmi, di essere disponibile ad aprirsi alla sorpresa dell’uomo ferito che aveva bisogno di lui. (101)

Come non vedere in questa lettura la descrizione di tante nostre realtà clericali, maschili  e femminili, dove la funzione prevale sulla persona; dove il ruolo domina; dove le cose da fare sono più preziose delle persone?! Invece, solo chi è povero, chi ha provato la marginalità ed è un estraneo comprende coloro che la stanno vivendo. Lui, il Samaritano disprezzato, si ferma; solo lui si mette in aiuto dell’altro! Spesso sono proprio le suore anziane che ci danno l’esempio più eroico. Chi ha sofferto di più si ferma e chiede di te.

QUARTO PASSO: PENSARE E GENERARE UN MONDO APERTO.

Alla luce della Parola di Dio così fortemente meditata, papa Francesco può ora entrare in un discorso culturale decisivo. Concretissimo, per aiutarci a pensare e generare un mondo aperto. In netta contrapposizione con quella logica di chiusura, frutto della paura,  che aveva analizzato nel primo capitolo.  Così se per il capitolo secondo la parola chiave era quella di star vicino, di farsi prossimo, ora è quella di guardare al di là, oltre le cose che si vedono. Essere introspettivi e lungimiranti, quasi “in un’estasi”, “cioè quel uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere”. (88). Così si genera l’amicizia sociale. Vincendo il razzismo e la mentalità xenofoba, accoglieremo i disabili come stiamo facendo in diverse comunità religiose, vivendo in un mondo a colori e non nel grigiore della paura, facendo sognare i bambini con la gioia di un mondo nuovo, oppure accompagnando gli anziani per un loro serena vecchiaia.  Non basta sentirsi “soci, ma dobbiamo vivere da fratelli e sorelle! L’essere soci è una relazione imperfetta, pur se utile, perché permette di consolidare i vantaggi personali. Ma la parola  “prossimo” acquista invece il suo significato di gratuità relazionale, come pienezza di relazioni sociali, oltre gli stretti interessi diretti. (102).

La fraternità, infatti, supera ogni confine, genera relazioni che vanno oltre il mio o il tuo, per creare il “nostro”! Questo diventa decisivo davanti alla proprietà personale. Il Papa (come del resto i suoi predecessori, in tante dichiarazioni!) non la nega. Ma le affida una funzione più grande e più vasta. Se abbiamo proprietà e beni, non è per goderceli da soli. Ma per custodirli con cura, per la gioia di tutti, per il benessere universale e non privatistico. La funzione sociale della proprietà prevale su quella privata! E non solo all’interno di uno stesso Stato, ma anche per un mondo senza frontiere, dove i beni della terra devono essere accessibile a tutti, anche per chi viene da fuori, da altre nazioni, da altre terre. Scrive in proposito: “Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché «chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti».  (122).

E’ in pieno la bellezza e attualità del nostro voto di povertà, collegato a quello di castità ed obbedienza. I tre voti sono già un generare un mondo aperto, nuovo, fatto di speranza, in un’altra LOGICA (127) che fonda un’altra umanità, perché è possibile desiderare un altro pianeta che assicuri le tre cose grandi e decisive: terra, casa e lavoro per tutti!

 

QUINTO PASSO: LA FORMAZIONE VERSO LA FRATERNITA’. Occorre infatti educare all’orizzonte universale, partendo dalle proprie radici. Nel quarto capitolo papa Francesco delinea un cuore aperto per un mondo intero. Cioè, come educare all’universale, amando però cordialmente le proprie radici! Amare il proprio carisma, senza perdere la stima per il carisma della congregazione accanto. La carne del prossimo si fa sempre concreta. Ma nello stesso tempo, sentiamo che va innestata in un cuore sempre più grande. E’ un capitolo di grande saggezza educativa, perché sa interloquire sia sul piano globale delle relazioni che sulla dimensione locale dei legami. Universale e globale, in un intreccio già tracciato nella sua Evangelii gaudium. Se la fraternità, infatti, è priva di una delle due dimensioni, si impoverisce e si rinchiude o si svuota. (142).I doni sono reciproci, fatti per la crescita nostra, comuni, di tutti e per tutti. Come avvenne nel celebre incontro di papa Francesco con l’Iman, che resta l’evento orientativo  per l’intera enciclica. Decisivo per il ministero di papa Francesco, come lo è stato per san Francesco l’incontro con il Sultano Malik-al-Kamil, in Egitto, nel 1219. Filo rosso del nostro lavoro, riferimento diretto ed indiretto di questo immenso “sogno”. Scrive nel numero 136: Allargando lo sguardo con il Grande Imam Ahmad Al-tayyeb abbiamo ricordato che il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile  reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture. Oggi, infatti, o ci salviamo tutti o nessuno si salva. In una logica di gratuità, per cui si accoglie lo straniero, anche se al momento non porta beneficio tangibile, eppure ci sono paesi che pretendono di accogliere solo gli scienziati e gli investitori (139). Ed aggiunge, da vero maestro: “Bisogna guardare al globale, che ci riscatta dalla meschinità casalinga. Quando la casa non è più famiglia, ma è recinto, cella, il globale ci riscatta perché è come la causa finale che ci attira verso la pienezza. Al tempo stesso, bisogna assumere cordialmente la dimensione locale, perché possiede qualcosa che il globale non ha: essere lievito, arricchire, avviare dispositivi di sussidiarietà. Pertanto, la fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali. Separarli conduce a una deformazione e a una polarizzazione  dannosa”. (142)

SESTO PASSO: AMARE LA POLITICA, come la locanda del Samaritano

E’ opportuno analizzare subito due immagini che sono presenti nel testo:la locanda ed il ponte. La locanda del samaritano (165) infatti è paragonabile al servizio che la politica presenta alla carità del singolo samaritano. Come dirci che la carità quando è ben orientata e vissuta in pienezza, necessariamente ha bisogno di una locanda. Cioè di strutture giuridiche e sociali e politiche tali da rendere stabile l’operato caritativo e curativo, interpersonale per renderlo fecondo e attivo. Una locanda amata e efficace, viva e concreta! In un amore che integra e raduna (190). Una locanda che soprattutto il mondo giuridico può e deve costruire.  C’è poi un’altra immagine, efficacissima, utilizzata per spiegare la necessità e bellezza della politica è quella del ponte, che il papa ci offre al numero 186, quando scrive: “È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica.
 

In particolare, anche come suore, è necessario innestare la nozione di popolo e la promozione del lavoro dei giovani. Cioè essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociale e culturali, processo lento e difficile. Come dobbiamo aver a cuore la promozione e la difesa del lavoro, “per assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno!”. Non serve l’assistenzialismo, con il denaro. Occorre invece consentire ai poveri una vita degna mediante il lavoro, perché il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, modo di guadagnarsi il pane, per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi e per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo; in definiva, per vivere come popolo!” (162).

Commovente questo numero, con l’evidenziazione di tutte le potenzialità che ha il lavoro. Pensiamolo dialogato e discusso con un gruppo di giovani che cercano il loro posto nella società!

SETTIMO PASSO: RESTARE SEMPRE IN DIALOGO. Per questo passo, preziosissimo, ci basti leggere insieme nelle nostre comunità il numero sulla gentilezza: “La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti.(224).

 

OTTAVO PASSO: IL PERDONO, COSTRUENDO PERCORSI DI PACE. Mai più la guerra e mai più la pena di morte! E’ il grido che papa Francesco eleva quando descrive i percorsi di pace, per essere artigiani e architetti di pace, condizione necessaria per la fraternità. Certo, basando questi percorsi sulla verità, creando e rafforzando il senso di appartenenza, costruendo scelte di perdono efficaci, custodendo la memoria (246) in senso positivo e non distruttivo. Mai allora dimenticare la Shoa e nemmeno i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki, per percorsi di riconciliazione della memoria, imparando soprattutto dal Sud-Africa (229). Il perdono allora è proprio quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare!”.(252)- Allora, potremo raccogliere l’appello al no alla GUERRA, in modo assoluto e totale (255). E grida forte, con Paolo VI all’ONU, Mai più la guerra!” : Perché la guerra è sempre un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa,una sconfitta alle forze dl male” (261). – Altrettanto dura è la condanna della PENA DI MORTE: “è inadeguata sul piano morale e non più necessaria sul piano penale. E’ inammissibile!” (263). Chiara  anche la condanna dello stesso ergastolo, con la scritta orribile; fine pena, mai!”.E’ definita una pena di morte nascosta! “. (268).  Gesù infatti ci ha ammonito severamente: “rimetti la tua spada nel fodero, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno!”( Mt 26,52).

NONO PASSO: LA PATERNITA’ DI DIO: Le religioni al servizio della fraternità nel mondo, per affermare che Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che «soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi». Perché «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità».(272). Dio si fa così garante dei diritti di ogni uomo, certezza per la costruzione di una fraternità solida ed ampia. Perciò – afferma –  che benché la chiesa rispetti l’autonomia della politica, non relega la propria missione all’ambito del privato. Non può restare ai margini, nella costruzione di un mondo migliore né trascurare di risvegliare le forze spirituali. (276).La chiesa ha un ruolo pubblico. Come Maria, vuole partorire un mondo giusto e fraterno, semina ponti e getta semi di riconciliazione.

Guai allora se mancasse il canto del Vangelo. Straordinario e poetico questo numero, 277: Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che «se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna».272 Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso «scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti».

DECIMO PASSO: IL METODO CONCLUSIVO. Non ci resta, come conclusione, che raccogliere il meraviglioso APPELLO lanciato nel fraterno incontro tra papa Francesco e il Grande Iman, fatto in nome di Dio, dell’innocente anima umana, dei poveri, degli orfani, dei popoli, della fratellanza umana, della libertà e della giustizia, dove hanno dichiarato di adottare la cultura del dialogo come VIA, la collaborazione come CONDOTTA e la conoscenza reciproca come METODO E CRITERIO. (285)

Grazie a tutte, vostro  padre Giancarlo.

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