Omelia per la incardinazione di suor Margherita in diocesi di Campobasso-Bojano, come Eremita diocesana, Santuario di Castelpetroso, 4 ottobre 2020

OMELIA PER LA INCARDINAZIONE DI SUOR MARGHERITA IN DIOCESI   di CAMPOBASSO-BOJANO, come Eremita diocesana,

Santuario di Castelpetroso, 4 ottobre 2020.

Carissimi fratelli e sorelle,

grazie della vostra  affettuosa presenza, in questo santuario che è la perla della nostra devozione mariana, specie in questo mese di ottobre, che ci lancia verso le frontiere missionarie, con animo pieno di gioia. Anche questa liturgia è intessuta di missionarietà, perché nella storia di Suor Margherita vi sono presenti i due aspetti della missionarietà vera: la missione e l’intercessione.

Saluto perciò tutti voi, che partecipate a questa liturgia: Don Massimo, i sacerdoti presenti, specie don Fabio e padre Luciano che tanto hanno sostenuto le scelte impegnativa della nostra Eremita, le suore che zelano il santuario, la famiglia religiosa delle Poverelle che restano sempre accanto a lei con grande tenerezza, i giovani che la guardano con stima per la sua radicale esemplarità, i tanti fedeli incuriositi per questa singolare cerimonia. Ci prende e ci spinge verso scelte più grandi. Scrive il papa che “quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita non ci sono spazi che restino esclusi, perché colui che chiede tutto, dà anche tutto e non vuole entrare in noi per mutilare o indebolire, ma per dare pienezza”! (G.E., 175).

Ebbene, Dio ci è sempre venuto incontro. Ha dato tutto a noi. Ed oggi lo rende visibile, tramite il segno della vigna. Una vigna “dissodata e sgombrata dai sassi, circondata da una siepe per difesa, scavata con una buca per il torchio, con una torre a difesa. Non mancava nulla. Non ha trascurato nessuna cosa, pur di vederla ricca di uve dolce, con vitigni scelti per renderla più bella.

Ebbene, sentirsi amati, curati, coccolati ci fa bene. Perché ci rende in grado di poter restituire i tanti doni ricevuti. Se mancasse questa consapevolezza, non saremmo nemmeno capaci di amare. Quanto più infatti ci sentiamo amati, tanti più saremo capaci di amare. Perdonati, per perdonare, ricchi di gioia per donare gioia. Nella logica del “PLUS” che sempre innalza a scelte di cielo. 

Ebbene, questo è in fondo la vocazione dell’eremita. Non tanto quello di portare l’uomo a Dio, che resta il compito dei pastori. Ma è quella di mostrare e portare Dio all’uomo. Quella di rendere più presente Dio nel cuore del mondo, aprendo i cuori del nostro popolo al cuore di Dio. Metterlo in sintonia. Aprirgli gli occhi, farlo consapevole della bellezza dei doni ricevuti, come spiega il testo evangelico, nell’immagine della vigna: curata, difesa ed amata. Specie nei confronti del Creato, oggi che è la festa di san Francesco, chiusura del mese della Laudato Si. Il Cantico di san Francesco aleggia oggi in questo santuario, tra le pietre di Cesa tra santi. Al numero 87 della L.S., introducendo il Cantico, il papa scrive:  Quando ci si rende conto del riflesso di Dio in tutto ciò che esiste, il cuore sperimenta il desiderio di adorare il Signore per tutte le sue creature e insieme ad esse, come appare nel bellissimo cantico di san Francesco d’Assisi.

Ed ancora, guidato dal cuore paterno del papa, ogni eremita proclama quella vocazione universale alla fraternità, resa così bene dal titolo dell’odierna Enciclica: “Fratelli tutti!”. Ve ne leggo l’incipit, che è sempre fondativo: «Fratelli tutti»,1 scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui».2 Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita.

In fondo, la vocazione tua, carissima suor Margherita, è proprio questa: amare chi, lontano da te, amarlo quanto fosse accanto a te”. La tua vocazione di eremita ti allontana fisicamente, ma ti avvicina spiritualmente. In perfetta sintonia con quella fraternità universale ed amicizia sociale di cui parla papa Francesco. Tu la vivi, rendendo il cuore dei fratelli e sorelle realmente fraterni, perché hanno riscoperto la paternità di Dio. Ed allora, ecco un segno da praticare: RECUPERARE LA GENTILEZZA. La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti.

 

                                                         IL CAMMINO COMPIUTO

E’ ormai ben noto il cammino spirituale e umano che ha compiuto questa tenacissima suora. Nativa del bergamasco, appartiene alla famiglia religiosa delle Suore Poverelle di Bergamo da circa 40 anni. Ha svolto una missione particolarmente difficile, negli anni novanta in terra d’Africa, precisamente in Congo, dove ha sostenuto le sue consorelle che operavano senza riserve tra la povera gente del paese, fino a prendere esse stesse l’infezione mortale di Ebola. In un momento terribile, in sei, sono state contagiate tutte insieme. Isolate, sono morte eroicamente, una ad una, una dopo l’altra, ma con il sostegno delle consorelle esterne. Tra queste, vi era appunto suor Margherita, ancora giovane. L’esperienza africana l’ha irrobustita nella fede ed insieme l’ha lanciata con coraggio, per poi assumere incarichi di solidarietà tra i giovani tossicodipendenti e i poveri sulle strade.  

Da circa tre anni, come Vescovo (che già avevo notato la fecondità degli Eremiti in terra di Calabria), ho accolto ben volentieri la richiesta che suor Margherita mi ha fatto di poter avere un luogo, in diocesi nostra, dove poter vivere in modo pieno e radicale la sua vocazione che la portava verso la scelta eremitica. Per poter portare frutti proprio in questa diocesi, tra i monti del Matese. Dopo un prudente discernimento, sostenuto dal parere positivo dei preti soprattutto quelli dell’area matesina, abbiamo scelto di affidarle l’antico eremo di sant’Egidio, sopra Bojano. E’ un luogo bellissimo, posto a 1200 metri sul mare, con un panorama attrattivo, in un ambiente che la isola per lungo tempo durante l’inverno, in modo totale. Il sole stesso non arriva all’eremo per circa due mesi, lasciando nel gelo questo rifugio montano. Ma è un luogo che  parla di Dio.

 

La vita di suor Margherita affascina soprattutto i giovani. Passano, chiedono, pongono domande radicali, davanti ad una scelta radicale come la sua. E ne restano conquistati, perché ne vedono la esemplarità piena. Molteplici le interviste, già realizzate, anche dalla RAI, per capire meglio il perché e le modalità di questa sua singolarità. Anzi, un giovane regista bojanese sta addirittura progettando un film sulla sua vita. Prega molto, alla domenica partecipa alla messa quando scende a valle, frequentando la parrocchia di sant’Erasmo, che è l’ente proprietario del’eremo, sotto la guida di don Giovanni Di Vito. Di notte, si fa vivo anche il lupo con il suo latrato, oltre che il fastidio dei cinghiali. Vive sobriamente. Ma sa essere anche molto allegra, con quella gioia nel cuore che le nasce dalla certezza di compiere la volontà di Dio.

 

Il passo che OGGI compie è un passo significativo. Il codice di Diritto Canonico, infatti, prevede  che nelle diocesi, accanto alle monache di clausura come a Faifoli in agro di Montagano,  vi sia anche la vocazione eremitica, riconosciuta in modo ufficiale, emessa nelle mani mie, di Vescovo di questa amata terra, che in Suor Margherita si vede arricchita di una nuova bella esperienza di Vangelo. Ringrazio il Signore che l’ha condotta fino a questo momento, con l’accompagnamento cordiale della sua Congregazione delle Poverelle, sostenuta dalla gioia di tutti. Preghiamo tutti per Lei, certi che anche lei, con fedeltà robusta, saprà mettere tutti noi nelle sue quotidiane e ferventi preghiere.  Corri, suor Margherita e porta frutti, uve dolci per questa terra che già ti ama!       

                    + p. GianCarlo Bregantini, Vescovo

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