Messaggio per il mondo universitario, raccolto ad Assisi.

Carissimi fratelli e sorelle, avrei desiderato essere con voi e celebrare questa messa insieme con voi, in una Chiesa ed in un luogo così solenne e significativo, quel è Assisi. Ma impegni improvvisi me lo hanno reso difficile ed arduo. Ne sono rammaricato. Mi congratulo, invece, con mons. Leuzzi, per la tenacia e fantasia pastorale con cui ha organizzato questo evento per voi, universitari, unico nel suo genere per le nostre terre di Abruzzo e di Molise.

Vi mando, però, ugualmente, un breve messaggio, che raccoglie quello che avrei voluto dirvi, fraternamente di persona.

Prima di tutto, raccogliamo l’invito perennemente valido, che ha udito san Francesco, dal cuore stesso di Cristo: Francesco, va e ripara la mia Chiesa! Quel “va e ripara”, quelle parole, oggi, ascoltiamole come se fossero rivolte a noi. Proprio a ciascuno di noi. In esse, vi è tutta la forza del nostro futuro. Quel futuro a cui, con passione e zelo, vi state preparando, anno dopo anno, nell’Università, per poter anche voi, con tenacia e fiducia reciproca, riparare la nostra società, il nostro tempo, far crescere il bene, costruire ponti di speranza e di solidarietà. Modellando le coscienze in quel solco che la Gaudium et Spes chiama “La vera libertà”, che è in ogni uomo “come un segno privilegiato dell’immagine divina” (n.17).

Ma questa ricostruzione sarà tanto più efficace, quanto più avremo davanti quei due volti che hanno scosso il giovane, Francesco, smarrito lungo le campagne di Assisi, nello stesso sito che ora voi calzate. Erano il volto di Cristo ed il volto del lebbroso. Intrecciati. Legati insieme, nelle motivazioni e nelle azioni. Infatti, se tu guardi a Cristo, lui ti darà la forza della consolazione. Ma quel volto deturpato, ti offrirà l’occasione della tua rinascita, interiore e un domani, anche professionale. Riparare vuol dire allora compiere quello stesso gesto che, proprio oggi 9 novembre 1989, 30 anni fa, fecero i giovani di Berlino, quando diedero l’ultima spallata al MURO DI BERLINO. La violenza lo aveva costruito già nel 1961. Sembrava impossibile demolirlo. Come sembrava impossibile a Francesco baciare il lebbroso. Ma la forza della fede è invincibile, lucida e irresistibile. Davanti a quel muro, infatti, aveva parlato con forza Kennedy stesso, con la famosa frase di empatia diretta: Ich bin ein Berliner!”. Ed aveva operato con tenacia papa Giovanni Paolo II, nato oltre il muro, in Polonia, terra scartata ma da Dio amata. Perché sono sempre gli scartati che fanno la storia!

Infine, vi indico oggi la Basilica Lateranense di Roma, che ricordiamo nella sua solenne dedicazione, agli inizi del IV secolo. Quella chiesa diverrà lungo la storia la chiesa di tutti. La chiesa madre di tutte le chiese. Una chiesa “universale”, senza confini, capace di abbracciare ogni popolo, nello stesso abbraccio di papa Francesco, oggi.

Perciò, auguro anche a voi di crescere così: con il cuore di San Francesco, per riparare la vostra “Chiesa”. Con il coraggio dei giovani di Berlino, per costruire ponti e non muri. Con la lungimiranza dei nostri Vescovi, di ieri e di oggi, per una “Basilica” che sia spazio di universalità, con nuovi orizzonti di pace e di speranza. Nel nome del Vangelo, che libera e salva, certi, come ci dice Papa Francesco nella Christus vivit: “che la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare”. Amen. Grazie.

Campobasso, 9 novembre 2019,         

+ p. GianCarlo, Vescovo di Campobasso-Boiano

SCARICA IL MESSAGGIO ASSISI, messa universitari, 90.11.19

 

 

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