Settimana Sociale Cattolici. Cagliari, riflessione sul lavoro di mons. Bregantini

Bregantini: MANI CHE RIALZANO, NON PORTE CHE SI CHIUDONO

Lavoro, l’innovazione sociale a partire dalle relazioni una buona pratica per un riscatto sociale 

Cagliari, Settimana Sociale sul lavoro. Riflessione di Mons.GianCarlo Bregantini, Arcivescovo

In merito ai processi appena iniziati, di cambiamento e trasformazione, guardando alla Catalogna, in particolare in queste ore, dopo la proclamazione della sua indipendenza dalla Spagna, emerge ancora più deciso il fatto che è la storia che si adatta all’uomo e non l’uomo che la subisce passivamente.

Questo vento di rivoluzione interroga il cuore dell’Europa. Il punto di dibattito è questo di mantenere aperto e fondamentale il dialogo, più che le accuse. Perchè, diciamocelo, forse nella nostra Europa manca ancora un vero e proprio disegno unitario, che possa tenere conto di tutte le realtà, dalle piccole alle più vaste. Per un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita. Soprattutto, puntando ad un compatto rinnovamento di tutto il sistema di governace nei nostri Paesi. Applicandoci tutti insieme ad una edificazione della civiltà del pane per tutti!

Il passaggio chiave è tutto qui: dalle porte sbattute, che, in fondo, non hanno mai creato futuro (anche considerando le recentissime onde agitate del PD con le dimissioni del Presidente del Senato, Pietro Grasso), a mani che rialzano e che creano rapporti di partecipazione. La Chiesa, proprio in questi giorni di Settimana Sociale, ha ripreso fortmente il suo ruolo di avanguardia.

Vi scrivo queste cose, infatti, carissimi amici, da Cagliari, cuore di un’isola fortemente identitaria e decisamente dialogante. Siamo qui perché convocati dalla Chiesa italiana, attorno ad un problema lavoro, che soltanto insieme, strettamente uniti, è ancora possibile affrontare e avviare a soluzione. Il tema sviluppato è il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale. Solo in un clima di reciproche alleanze si può guardare alla disoccupazione con germogli di speranza. E nella fase di preparazione il comitato ha attraversato l’Italia alla ricerca di segni positivi, cristallizzando tutti quei barlumi di coraggio e di sogno rinnovato che diventano buone pratiche nella direzione di riscatto culturale, economica e politica del Paese. Si tratta di esperienze generative a diversi livelli: personale, familiare, sociale, comunitario, educativo. Sono passi concreti che coinvolgono i troppi ragazzi scoraggiati che non lottano più, che non studiano più, che non sperano più. Il primo compito della società, della Chiesa, di tutti noi, è proprio questo: riaccendere le loro motivazioni e consegnare loro possibilità occupazionali, mirando ad affidare loro proprio l’aspetto creativo che urge al lavoro. Da qui, si comprende anche il perchè la Settimana sociale lancia un monito severo, per una società che mai si può permettere di rassegnars dietro alla triste emergenza della disoccupazione, specie giovanile. Precisi i messaggi al Governo, mediante interrogativi taglienti: perché allungare l’età lavorativa dei nonni e lasciare a casa i nipoti? Perché non introdurre alcuni correttivi sempre più necessari per spostare l’asse di interesse dall’aspetto finanziario a quello personale? E gli 80 euro donati a chi già lavora non era forse meglio utilizzarli per creare un fondo di dotazione solidale per i giovani, che sentono nel cuore questo desiderio del mare?

Noi come Chiesa facciamo da intermediari, da operai di speranza e produttori di orientamento per le coscienze, affinchè si arrivi a cambiare il paradigma generale per rendere il sistema economico e politico realmente solidale. Grave scandalo resta ancora la non libertà di chi è costretto a lavorare di domenica nelle attività commerciali. La questione è determinante, perchè tutti ne siamo travolti, drettamente e indirettamente, nel tessuto relazionale e sociale, quando il lavoro non contribuisce veramente alla crescita della persona. Nel 321 l’imperatore Costantino dichiarò la domenica “giorno finalmente libero dai lavori servili”, dando così dignità ad ogni persona che lavora. Perché non tornare a questa intuizione per restituire speranza anche oggi ad ogni giovane? Occorre, a mio parere, ripartire da questa regolamentazione intelligente che faccia ripartire prima di tutto un serio rieqilibrio antrpologico. Il guadagno non assolutizzi ogni dimensione umana, non occupi tutta la settimana, ritrovi anzi gusto e sapore.

Le persone riconquistino il tempo per curare anche l’ambito familiare, il rapporto con il creato, facendo del borgo un laboratorio di iniziative, con adulti accompagnati dalla dottrina sociale della Chiesa che si fa lievito fecondante e pungolo nel fianco scoperto del Governo chiamato a non fare più parole, ma fatti, come ha esortato il Papa, che personalmente ringrazio per aver ricordato, nel suo discorso, soprattutto le situazioni drammatiche dei giovani del Sud d’Italia: “Le tante buone pratiche che avete raccolto sono come la foresta che cresce senza fare rumore, e ci insegnano due virtù: servire le persone che hanno bisogno; e formare comunità in cui la comunione prevale sulla competizione. Competizione: qui c’è la malattia della meritocrazia… E’ bello vedere che l’innovazione sociale nasce anche dall’incontro e dalle relazioni e che non tutti i beni sono merci: ad esempio la fiducia, la stima, l’amicizia, l’amore. Nulla si anteponga al bene della persona e alla cura della casa comune. Il lavoro non sia mai perciò separato dalla dimensione dell’essere. Dove regna solo l’avere, lo vediamo, tutto si dissecca. Ai tanti deserti di povertà, di sfruttamento, di licenziamento, è urgente l’acqua dei valori, con autentiche prospettive di bene per tutti. Incrementiamo, perciò, l’accesso alla bellezza della vita, perchè ciò che vogliamo è che ci sia lavoro, per ogni persona!

 

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